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17 ottobre 2013 • 19:40 • Scritto da Redazione SW

Lo Yamagata International Documentary Film Festival, la festa del documentario

Si è concluso il 16 ottobre lo Yamagata International Documentary Film Festival, l'evento che da 25 anni è promotore dell'arte documentaria in Asia, in tutte le sue molteplici forme.
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SW dal Giappone.

Nella parte settentrionale del Giappone, non lontano dalle zone devastate dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo 2013, si svolge ogni due anni lo Yamagata International Documentary Film Festival, una delle manifestazioni cinematografiche asiatiche più interessanti e affascinanti.

Nato nel 1989 per volere del grande documentarista Ogawa Shinsuke, il festival raccoglie il meglio della produzione documentaria internazionale, con un occhio di riguardo per quella asiatica, organizzando oltre alle proiezioni di film recenti, anche molti eventi collaterali, conferenze, prospettive e altro ancora. Quest’anno è stata fatta per esempio una prospettiva molto ampia dedicata ai lavori di Chris Marker, l’artista francese scomparso lo scorso anno ed una serie di conferenze e proiezioni, The Ethics Machine: Six Gazes of the Camera, che analizzando 6 diversi documentari, vecchi e nuovi, ha provato a ragionare sul rapporto tra etica e l’atto del filmare. Le dimensioni quasi “familiari” del festival ed il tipo di cinema a cui si dedica, il documentario appunto, fanno sì che a Yamagata si respiri un’atmosfera molto intima e dove nei locali di ritrovo ci si possa trovare fianco a fianco a bere e discutere con registi e persone del settore in tutta facilità senza nessuna barriera.

Yamagata

Quest’anno la competizione internazionale ha premiato il film palestinese A World Not Ours di Mahdi Fleifel mentre il premio di eccellenza è andato al capolavoro The Act of Killing di Joshua Oppenheimer, documentario a tratti sperimentale e spiazzante benchè il tema, quello dei crimini di guerra compiuti 5o anni fa in Indonesia, sia molto serio. Un riconoscimento è stato assegnato anche all’italiana Ella Pugliese, co-regista assieme a Nou Va, di We Want (U) to Know, lavoro che affidando fisicamente la videocamera a molti cittadini cambogiani, esplora le dolorose memorie di questo popolo durante il periodo del dominio sanguinoso dei Khmer Rossi.

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Fonte: ScreenWeek

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