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Gravity di Alfonso Cuarón, la recensione

Di Leotruman

Gravity Sandra Bullock foto dal film 6

LA RECENSIONE NON CONTIENE SPOILER.

Quattro anni per realizzare un film la cui trama può essere descritta in poche righe: due astronauti, dopo essere rimasti bloccati e dispersi nello spazio in seguito all’esplosione del loro shuttle a causa di alcuni detriti, devono utilizzare il loro ingegno e i pochissimi mezzi a disposizione per salvarsi e ritornare sulla Terra. Mistero e aspettative alle stelle solo grazie al fatto che dietro al progetto c’era un nome: quello di Alfonso Cuaron, regista de I figli degli uomini ed Harry Potter e il prigioniero di Azkaban.

Quattro anni per ideare, girare e montare 90 minuti di grande cinema che rappresentano una nuova pietra miliare della fantascienza. Perché Gravity è uno dei pochissimi film che potrà essere messo nella vostra videoteca accanto a 2001: Odissea nello Spazio e Alien senza sfigurare. Lo spessore è infatti molto elevato non solo dal punto di vista registico, ma anche sugli altri fronti compreso quello della scrittura.

Gravity George Clooney foto dal film 1

Partiamo proprio da quello che poteva essere il punto debole della pellicola: la sceneggiatura. I survival movie, che si svolgano su un’isola, in una foresta o nello spazio, non sono di semplice concezione perché bisogna mantenere alta l’attenzione del pubblico pur avendo a disposizione uno o al massimo due interpreti. I premi Oscar Sandra Bullock e George Clooney (inizialmente dovevano esserci Angelina Jolie e Robert Downey Jr., lo sapevate?) mettono anima e corpo al servizio di una storia semplice, ma piena di sfumature che non si credevano possibili in partenza vista la tipologia della pellicola. Puro esercizio di stile? Nel modo più assoluto no, perché Gravity è in primis un viaggio emozionante in cui il grado di empatia con i protagonisti è costantemente massimo, sia nelle scene più movimentate (e qui è Cuarón l’artefice della magia) che in quelle più calme dove scopriamo il loro background.

Il viaggio della dottoressa Ryan Stone, ingegnere medico alla sua prima missione sullo shuttle, è il tentativo di allontanarsi il più possibile da un mondo che le è crollato addosso dopo una terribile tragedia. Non riesce più a tenere piantati i piedi alla terra, non riesce più a vivere, e l’aiuto di Matt Kowalsky, al comando del suo ultimo volo prima di ritirarsi, sarà prezioso in più di un’occasione per tentare di riaffondare i piedi nel terreno e nella vita. Due sequenze sono molto significative, ma rivelarle ora toglierebbe il gusto della sorpresa.

Gravity Sandra Bullock foto dal film 1

La sinergia tra storia e regia è però il vero gioiello di Gravity. Cuarón ha studiato per anni tutte le pochissime inquadrature che compongono il film. Poche perché la pellicola è piena di incredibili pianosequenza (reali o artificiali) della durata anche di dieci minuti, e ogni movimento della camera, ogni dettaglio è realizzato alla perfezione. La camera si avvicina gradualmente al casco della Bullock, che ansima ed è entrata nel panico perché ruota su sé stessa in balia dell’assenza di gravità e non riesce ad orientarsi. Lo spettatore cade in preda all’ansia, ma mai come quando si infila elegantemente e letteralmente dentro al casco permettendoci di comprendere quello che sta passando la povera astronauta: senso di vertigine, mancanza di ossigeno, panico, claustrofobia. Un’ora e mezza di terrore spaziale, e quando si esce dal buio della sala cinematografica la prima cosa che si desidera fare è prendere una bella boccata di aria fresca.

Effetti visivi stupefacenti, e nella scena della distruzione della ISS (brevemente vista nei trailer) si capisce perché il regista ed il suo team abbiano dovuto creare nuovi software e sistemi per gestire i migliaia di frammenti in volo (QUI un nostro speciale a riguardo). Cuarón ha inoltre cercato di creare una pellicola dove l’assenza di gravità venisse mimata nel modo più fedele possibile: basta cavi e green screen, Sandra Bullock ha dovuto recitare per settimane in un cubo largo tre metri appesa a bracci robotici!

L’altro aspetto fondamentale e spesso preso sotto gamba nelle pellicole fantascientifiche è quello del sonoro. La cura nel design e nel montaggio del suono raggiunge nuove vette grazie a Gravity. Nello spazio infatti il suono non può essere trasmesso perché non vi è aria, e le onde sonore non si propagano. Ecco che Cuarón decide di farci sentire solo quello che realmente possono percepire gli apparati acustici dei protagonisti: voci dalle loro radio, suoni che si propagano tramite la loro tuta spaziale e l’aria in essa contenuta, oppure dal metallo dello shuttle e dei vari componenti. Se la cabina si depressurizza, ecco che non sentiamo più niente, mentre le esplosioni spaziali vengono sapientemente coperte dalla colonna sonora che calza come un guanto (grazie a Steven Price) e alle voci dei protagonisti. Le trasgressioni alla regola generale sono davvero poche, fisiologiche e ben integrate. Stesso discorso per il freddo, il fuoco e qualsiasi altro elemento che tradisce una buona fetta del pellicole sci-fi uscite negli anni.

Gravity foto dal film 4

Tecnicismi a parte, che potrebbero far pensare alla pellicola come ad un prodotto artificioso, freddo e studiato a tavolino per piacere al pubblico, Gravity è un viaggio emozionante, di suspense e rinascita. Un‘esperienza cinematografica imperdibile sul grande schermo e in 3D. Al momento attuale meriterebbe sulla carta già 4 Oscar: regia, montaggio, montaggio sonoro ed effetti visivi. Riuscirà nell’impresa?

Voto: 8.5

Gravity arriverà nelle nostre sale il 3 ottobre 2013. Vi ricordiamo inoltre che qui trovate la pagina facebook italiana.

 

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