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Abdellatif Kechiche, il regista di La vita di Adele in 3 parole

Di Valentina Torlaschi

abdellatif-kechiche regista vita di adele

Accade raramente, ma a volte accade. Con alcuni film, grazie a certe immagini potenti, splendide e dirette, riesci a toccare con mano la magia del cinema. Con alcuni film, pochi, riesci a sentire i raggi di sole sulla pelle, riesci a sentire il sapore salato delle lacrime, riesci a sentire il nodo allo stomaco che accompagna i primi incontri, riesci a sentire l’imbarazzo voglioso di uno sguardo che cerca il primo bacio, riesci a sentire la pelle che brucia dopo uno schiaffo rabbioso ricevuto in volto. Con alcuni film riesci a ri-vivere, in maniera totalizzante, le emozioni e le sensazioni dei personaggi che vedi sullo schermo. La vita di Adele è uno di questi film.

Tratto dal fumetto Le bleu est une couleaur chaude (Il blu è un colore caldo) scritto e disegnato dalla francese Julie Maroh (2010), La vita di Adele è una storia d’amore viscerale e tormentata tra due ragazze che viene immortalata in ogni sua fase, dalla travolgente passione iniziale per arrivare alla noia della fine dei sentimenti che però non annulla l’affetto tra due persone che si sono volute davvero bene. Vincitore dell’ultimo Festival di Cannes, il film racconta dell’intenso legame tra due ventenni francesi splendidamente interpretate da Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos: un film-fiume di 3 ore di emozioni in ebollizione, di sesso, di insofferenze, di sentimenti che inevitabilmente si sfaldano. Sentimenti che lo spettatore percepisce sulla sua pelle rendendo questa pellicola un capolavoro unico del suo genere. Merito della grandezza del film deriva dalle due attrici protagoniste, semplicemente autentiche e perfette, ma anche dalla regia, realista e carica di rara verità, del franco-tunisino Abdellatif Kechiche. Un autore rigoroso e severo, tanto osannato dalla critica quanto detestato dai tecnici e dagli attori spesso costretti a ritmi di lavoro intensissimi, a girare e rigirare la stessa scene innumerevoli volte per riuscire a cogliere quella magia di verità di cui parlavamo. Ecco tre parole attraverso cui ripercorriamo la carriera di Abdellatif Kechiche, di questo regista così amato, così odiato.

 • TEATRO

la schivata

La vita e la carriera di Abdellatif Kechiche è intrisa di teatro. Di origine tunisina, Kechiche si trasferisce a Nizza all’età di 6 anni frequentando poi corsi d’arte drammatica al Conservatorio di Antibes e nutrendosi avidamente di teatro, sia come attore (nel 1978 è in una pièce di Garcia Lorca messa in scena a Nizza e l’anno successivo in uno spettacolo d’Eduardo Manet all’Odéon) che come regista (nel 1981 presenta ad Avignone il suo L’Architecte et l’empereur d’Assyrie d’Arrabal). Incuriosito dal cinema, debutta nella settima arte come protagonista del film Thé à la menthe d’Abdelkrim Bahloul, dove veste i panni di un immigrato algerino che vive di espedienti. La carriera di attore prosegue, anche con prove di un certo valore come quella da gigolo in Les Innocents di André Techiné (1987) o quella in Bezness di Nouri Bouzid (1992), ma ben presto Kechiche decide di passare dall’altro lato della macchina da presa. Il suo primo film è Tutta colpa di Voltaire, storia dolcissima e lieve eppure disperata – come solo Kechiche  sa fare – di un immigrato dalle speranze disilluse approdato a Parigi: il film si aggiudica il premio per la Miglior opera prima al Festival di Venezia del 2000. Seguirà La schivata (foto in alto): un racconto altrettanto intenso e delicato di teatro e immigrazione, di ragazzi che, obbligati a recitare Marivaux tra gli alveari di cemento delle periferie, scoprono l’amore e una possibile via di fuga da quelle loro vite e destini da emarginati. Con tagliente realismo ma anche con una punta di leggerezza e poesia, La schivata è stato molto amato dalla critica (ha vinto 4 César, gli Oscar francesi) che l’ha definito l’unico film che dopo L’odio di Mathieu Kassovitz sia riuscito a riportare il cinema dentro le banlieue parigine e a raccontare senza filtri e senza retorica quei luoghi ai margini.

• COUS COUS

cous cous

Un altro elemento importante che segna la vita artistica di Kechiche è la sua origine tunisina. Come abbiamo visto, i protagonisti dei suoi primi due film sono immigrati magrebini e un immigrato algerino è anche il personaggio principale del successivo Cous Cous, Premio speciale della Giuria al Festival di Venezia del 2007. Cous Cous, come del resto saranno poi i suoi successivi Venere nera e La vita di Adele, è un’opera-fiume: un film di 150 minuti. Ambientata nel sud della Francia e con uno dei finali più ipnotici della storia del cinema sulle onde visive di una danza del ventre, la pellicola fotografa la vita di una comunità di immigrati che solo nella solidarietà interna può sopravvivere a una società avversa e tutt’altro che disposta ad accogliere lo straniero. La crudeltà e le colpe della società occidentale, dell’Europa verso le sue ex-colonie è il tema centrale anche di Venere nera (2011): una pellicola autoriale, sofisticata, forse un po’ ridondante (qui siamo sui 166 minuti) che, ambientata nel XIX secolo, segue il tormento di una donna africana portata in Europa dove viene esibita come attrazione da baraccone, prima nelle fiere di Londra e poi nei salotti di Parigi, a causa della sua particolarità: è dotata di apparati genitali enormi. Il cinema di Kechiche è percorso da questo problema ben specifico: l’eredità coloniale dell’Europa, lo sfruttamento (di ieri e di oggi) delle nazioni ricche su quelle povere.

IL GENIO (DEL MALE?)

La-vita-di-Adele

La consacrazione assoluta per Abdellatif Kechiche arriva quest’anno dal Festival di Cannes dove il regista si aggiudica la Palma d’oro con La vita di Adele: «Abbiamo premiato una storia universale con grande naturalezza» sono state le parole con cui Steven Spielberg, presidente della Giuria, ha motivato il giustissimo riconoscimento. Ma al successo si sono presto accompagnate anche le polemiche: dopo la festa sulla Croisette, le due giovani attrici, soprattutto Lea Seydoux (Adèle Exarchopoulos ha cercato di non farsi troppo invischiare nelle diatribe definendo, in un’intervista Les Inrockuptibles, Kechiche un “genio” al di là di tutto), hanno evidenziato i metodi durissimi usati dal regista. Si veda l’infinito numero di ciak, le interminabili ore in cui dovevano stare nude, la pressione psciologica. «A volte ci sentivamo delle prostitute» sono arrivate a sentenziare le due belle (e bravissime, lo ripetiamo) star.
E non si tratta solo delle due attrici. Per La vita di Adele anche i diritti dei tecnici pare siano stati calpestati bellamente: straordinari non pagati e turni di lavoro senza fine. È stato anche diffuso, nei giorni del Festival di Cannes, un comunicato del sindacato dei tecnici cinematografici francesi (Spiac-CGT) in cui venivano denunciati i troppi stagisti, turni di 16 ore dichiarati la metà, 13 giorni di lavoro consecutivi, sabati non retribuiti. Inoltre, con una certa eleganza, ha fatto sentire il proprio lamento anche l’autrice del fumetto originale Julie Maroh che, pur riconoscendo la grandezza dell’opera di Kechiche, non ha nascosto nel suo blog una certa amarezza per esser stata completamente ignorata nel momento del successo. Per lei neanche una parola di ringraziamento.
In conclusione, in pochi mettono in dubbio la caratura di Kechiche ma sono in molti a mettere a fuoco il suo egocentrismo e la sua “dittatura” a fin di bene (artistico). Polemiche a parte, alla fine, è l’arte a parlare, e La vita di Adele è semplicemente un grande opera d’arte e da domani, 24 ottobre, è nelle nostre sale. Se poi masticate il francese e la volete buttare sul ridere, be’, questo tumblr dal titolo “La vera vita di Adele” è davvero esilarante…

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