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Sacro GRA è il Leone d’Oro di #venezia70: ecco la recensione

Di laura.c

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Per chi lo percorre e lo vive bloccato nel traffico quotidiano di una metropoli caotica e puntualmente disorganizzata, il Grande Raccordo Anulare è soprattutto una logorante trappola per macchine,  nervi e pendolari. Ma proprio perché anello di congiunzione e confine “naturale” di Roma, quella strada raccoglie e abbraccia un groviglio enorme di sensazioni, argina milioni di potenziali storie in cui solo un abile pescatore avrebbe avuto l’ardire di gettare il proprio amo. Lo ha fatto il documentarista  Gianfranco Rosi con Sacro GRA: un film che si pone l’arduo obiettivo di rappresentare una realtà complessa come quella della Capitale, andandone a scovare alcuni dei rappresentanti più dimenticati e invisibili, nascosti proprio tra le circonvoluzioni del GRA.

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Appena premiato con il Leone d’Oro alla 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia,  il documentario di Rosi è di sicuro uno dei lavori più interessanti passati nella sezione competitiva del Festival, quest’anno comunque notevolmente sottotono.  Lasciamo a latere la questione dell’opportunità di premiarlo o meno col più alto riconoscimento della manifestazione e concentriamoci solo sul film. Come organicità e intensità di racconto, Sacro GRA non appare superiore ad altri lavori dello stesso regista, tra cui  lo stesso doc Below Sea Level presentato sempre a Venezia cinque anni fa. Ciononostante, anche in questa sua ultima opera Rosi si conferma abilissimo nel selezionare i pezzi della realtà che decide di indagare, riconducendoli a un filo conduttore non scontato e, per questo, condizionato in maniera più palese e determinata dall’impronta del regista.

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Per realizzare questo film, Rosi ha impiegato più di due anni, vagando sul Grande Raccordo Anulare in cerca di quei volti e di quei paesaggi più adatti a inserirsi nel suo ritratto della Capitale. Impossibile aspettarsi un quadro obiettivo o volto a un approfondimento razionale, impersonale: Sacro GRA si compone di tanti frammenti ricomposti con cura e “invadenza” dal regista, in un mosaico comunque affascinante e dai colori molto variegati. Si va da buffi o grotteschi esponenti di una nobiltà in declino a cubiste e prostitute, dai fotoromanzi ai pescatori di anguille, dai portantini ai pellegrini, con un piccolo accenno anche alla neve che nel 2012 bloccò la città sotto una coltre bianca e fredda, mettendone in evidenza più che mai le immense fragilità. Una delle figure più emblematiche è però quella del botanico, che lotta da solo contro un esercito di migliaia di insetti pronti a divorare  il cuore delle sue adorate palme. E quando si rivolge alla macchina da presa spiegando come le palme, per quanto grandi e floride, non abbiano mezzi per difendersi contro una tale invasione di esseri famelici, dediti alla distruzione completa del copro che li ospita, sembra parlare anche della città e della sua anima malmessa.

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Per quanto costruito su personaggi pittoreschi, scelti appositamente anche per divertire e intrattenere lo spettatore (a prescindere dalla sua provenienza), Sacro GRA riesce a trasmettere non solo l’ironia dei soggetti scelti, quel fatalismo e quel “lasciar correre” tipico della veracità romana, ma anche la dignità, o almeno l’estremo sforzo per mantenere dignità e buon umore anche se relegati nell’invisibilità, agli estremi margini di un impero distratto, lontano e assolutamente indifferente. Rosi va a sondare i confini della Capitale per ritrovarne in qualche modo lo spirito, la vitalità, la capacità di resistere e mantenere la propria intima natura, nonché la propria decadente regalità.  Più che un “documento” della realtà, un ritratto a tinte sfumate e apparentemente un po’ rovinate, ma che dalle pieghe e dalle incrostazioni, sapientemente selezionate, fa emergere comunque la bellezza.

Leone d’oro a Venezia 70, Sacro GRA uscirà nelle sale italiane distribuito da Officine Ubu. Per ripercorrere insieme a noi la 70a edizione del Festival, vi rimandiamo alla nostra sezione speciale.

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