#venezia70, Tracks – Mia Wasikowska, il deserto e i cammelli nell’adattamento del best seller di Robyn Davidson

#venezia70, Tracks – Mia Wasikowska, il deserto e i cammelli nell’adattamento del best seller di Robyn Davidson

Di laura.c

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A metà degli anni ’70, una giovane donna australiana di nome Robyn Davidson decise di percorrere da sola e a piedi il deserto che attraversa il suo Paese, accompagnata unicamente da quattro cammelli e dal proprio cane. Presentato in concorso oggi alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film Tracks è una ricostruzione di quel viaggio incredibile e avventato, così come raccontato dalla stessa Robyn nel best seller omonimo, scritto al termine della lunga impresa durata ben nove mesi e 2.700 chilometri. Protagonista dell’adattamento, diretto dal regista John Curran, la sempre più in gamba Mia Wasikowska, che grazie a questa pellicola è tornata a girare nella sua terra natale dopo anni di fortunato percorso hollywoodiano (dal titolo Disney Alice in Wonderland al recentissimo e inquietante Stoker).

La scelta della Wasikowska non è tuttavia dovuta solo alla parabola ascendente imboccata negli ultimi tempi dalla sua carriera. È stata la stessa autrice del libro e vera protagonista della storia a volerla come alter ego cinematografico:

 “Mia mi è sembrata la scelta più calzante. L’ho conosciuta grazie alla serie tv In Treatment, che mi ha fatto apprezzare da subito una sua qualità difficile da descrivere, un mix di profondità e intelligenza che la rendeva perfetta per il ruolo. Quando siamo andate per la prima volta nel deserto temevo per il suo aspetto così delicato, mi chiedevo se sarebbe stata in grado di affrontare una storia così dura. Il dubbio però è sparito quando siamo andate a vedere i cammelli e l’ho vista avvicinarsi subito spedita a uno di loro, senza esitazioni”.

Tracks

Per Mia, d’altro canto, dare volto alla Davidson è stato un compito da non prendere certo alla leggera:

“Mi sono documentata molto su di lei, per capire che tipo di persona fosse, tanto che all’inizio ero abbastanza intimorita per il nostro incontro. Ma una volta avvenuto abbiamo passato tre magnifici giorni nel mezzo dell’Australia a vedere cammelli, bere e chiacchierare, e tutto è andato per il meglio”.

È così dunque che la giovane attrice ha cominciato a entrare in questa incredibile vicenda, un’avventura solitaria dettata da un’esigenza interiore di cambiamento e anche da un’epoca, gli anni ’70, in cui la ribellione rispetto alle regole a all’assetto sociale era decisamente più comune e radicale.

“Un’esperienza come questa non può non trasformarti come persona – ha spiegato Robyn Davidson riguardo alla sua sfida al deserto –  Nel mio caso, la solitudine mi ha aiutato a cambiare il modo in cui la mia mente percepisce le cose. Non era solo lo spirito dei tempi, c’è stato anche qualcosa di mistico che credo emerga in modo egregio anche dall’interpretazione di Mia”.

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Il periodo storico, d’altra parte, ha aiutato a rendere la traversata assolutamente peculiare e unica nel suo genere:

“Se lo si facesse ora sarebbe diverso – assicura la Davidson – Allora non c’era il GPS, non potevo contare su satelliti che volavano sopra la mia testa e avrebbero potuto tracciare la mia posizione. Inoltre è un viaggio che ho fatto per motivi strettamente personali, non pensavo nemmeno sarebbe interessato a nessuno. Penso che oggi una giovane donna che volesse affrontare lo stesso percorso, lo farebbe ben conscia dell’attenzione mediatica inevitabilmente suscitata dall’impresa”.

E il sovraccarico di informazioni e messaggi veicolati attraverso i mezzi di comunicazione è proprio uno degli elementi che hanno aiutato Mia Wasikowska ad avvicinarsi al proprio personaggio:

“In un mondo in cui facciamo continuamente piani per il futuro e non si pensa ad altro se non a cosa fare il prossimo giorno, e il prossimo, e il prossimo ancora, mi piaceva molto l’idea di questa donna che decide di tirarsi fuori da tutto. Desiderosa solo di tornare a concentrarsi sui bisogni immediati come acqua, cibo e tutte le esigenze contingenti che spesso tendiamo a dimenticare”.

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Altro lato positivo, infine, sono stati i cammelli:

“Sono meravigliosi ed è un peccato che si usino nei film una volta ogni 20 anni, perché sono assolutamente l’animale più collaborativo che si possa desiderare sul set. Spesso nel cinema si guardano di cattivo occhio gli animali troppo grandi, invece loro facevano quello che ci serviva praticamente subito. Mi hanno quasi surclassato”.

 

Anche quest’anno ScreenWEEK è al Lido per seguire la 70. Mostra del Cinema di Venezia. Continuate a seguirci per tutti gli aggiornamenti dal Festival.

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