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Salvo – La recensione del film italiano premiato a Cannes

Pubblicato il 29 giugno 2013 di Valentina Torlaschi

Salvo Saleh Bakri foto dal film 8

Iniziamo coi dovuti elogi. Senza però nascondere, fin da subito, che non siamo tra quelli che gridano al miracolo. Perché sì Salvo è un film coraggioso che porta alta la bandiera del cinema italiano, ma non vi abbiamo trovato tutta quella folgorazione urlata dalla stampa – nostrana e internazionale – in occasione della presentazione della pellicola all’ultimo Festival di Cannes. Dove l’esordio alla regia degli sceneggiatori palermitani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza si è appunto aggiudicato il Grand Prix e il Prix Rèvèlation della Settimana della Critica, ossia i riconoscimenti per la regia e per il film “rivelazione”.

Gli elogi, appunto. Innanzitutto lode al soggetto: questa storia di mafia e miracoli (una ragazza cieca riacquista la vista grazie al sicario che ha ucciso il fratello malavitoso) è materia prima viva, originale, oltre che densa di fascino e metafore. Quella immortalata da Salvo è una Sicilia desolata, bruciata dal sole e dalla delinquenza. Una terra senza dio, senza eroi, senza giustizia. Una terra quasi post-apocalittica dove i miracoli non possono accadere ma poi accadono, e allora la luce, la vista ritrovata – fisica e morale che sia – mette a fuoco la miseria dell’uomo e rimette tutto in discussione…

Uno scenario desolato, un deserto di umanità che è stato perfettamente dipinto dalla fotografia acre di un maestro quale Daniele Ciprì. E dove, per continuare con gli encomi, si aggira un gigante d’uomo che, grazie alla fisicità possente e protettiva dell’attore palestinese-israeliano Saleh Bakri, è sempre in bilico tra ferocia e dolcezza riuscendo in parte a schivare il cliché del cattivo per necessità che in realtà nasconde un cuore d’oro. Un casting azzeccato che si arricchisce di un grande e grottesco cameo di Luigi Lo Cascio.

Interessante poi il fatto che, pur essendo un film che racconta del “tornare a vedere”, Salvo è un film che punta sull’udito, sul sentire. Tutta la pellicola è pervasa da un uso potente del sonoro, con assordanti clacson, grida, sparatorie fuori campo, e la canzone “Arriverà” dei Modà sparata ad alta gradazione di decibel che torna continuamente nel racconto in tutta la prorompente banalità dei suoi testi. Fino il rumore del mare nel finale che continua sui titoli di coda in una sorta di trance.

Oltre che per la tematica spinosa, Salvo vorrebbe essere coraggioso anche nello stile. Ed è qui che iniziano a vedersi le crepe. Si è voluto giocare coi generi: il noir, la commedia nera, il western, il dramma romantico senza però abbracciare nessuna di queste anime e preferendo un’estetica “autoriale-festivaliera” che punta sui piani sequenza (bello quello iniziale) ma spesso e volentieri deborda di silenzi e troppa, inutile lentezza. Il film rimane vittima del suo estetismo realista, forzato nella ricerca di astrazione rendendo quei 104 minuti una faticosa fruizione.

Non si vuole condannare la lentezza in sé, anzi. Sono innumerevoli i poeti della lentezza della settimana arte, ma come banalmente si può leggere sui settimanali patinati, la lentezza acquista valore a seconda delle circostanze e così il fascino di un tramonto risiede appunto nei suoi tempi dilatati. In Salvo, la lentezza sembra derivare più da una sceneggiatura con poco intreccio, che si basa su un’unica idea e che quindi deve essere espansa. Per citare come parametro di paragone due film piccoli italiani degli ultimi anni tra i più interessanti, la storia criminale si sarebbe anche prestata a un realismo più d’azione come La-Bas, ma si è preferito un realismo duro e crudo come quello di Corpo celeste senza però avere la stessa forza nel descrivere e indugiare nei paesaggi martoriati e senza possibilità di riscatto.

In conclusione, Salvo è un bel film, una buona opera prima. Ma descriverlo come l’emblema della rinascita del cinema italiano è eccessivo. Possiamo gioire che non sia la classica commedia con il comico di turno preso in prestito dalla tv ma il fatto che si facciano anche film del genere dovrebbe essere la normalità. E non il miracolo.

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