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The Bay, la recensione dell’horror found footage di Barry Levinson

Di Filippo Magnifico

The Bay Foto Dal Film 02

C’è sempre un lato buono nell’essere pessimisti, soprattutto quando si parla di cinema. Sì, perché quando si parte sfiduciati l’essere smentiti è decisamente un piacere. Prendete il caso del cosiddetto genere found footage, salito prepotentemente alla ribalta con Blair Witch Project e consacrato più recentemente grazie ad opere come [Rec], Cloverfield e Paranormal Activity. È ormai da un po’ di tempo che si dice, con cognizione di causa, che questo tipo di pellicole non hanno più molto da dire e che ci troviamo di fronte ad un modo di fare cinema che, sebbene emblematico visti i tempi in cui viviamo, ha già esaurito il suo corso. Ma, come detto poc’anzi, ogni tanto salta fuori qualche piccolo film in grado di far rivedere le proprie convinzioni.

È questo il caso di The Bay, pellicola diretta dal Premio Oscar Barry Levinson, un regista che sul curriculum può vantare titoli come Piramide di paura (un film che chi è cresciuto negli anni ’80 ricorda molto bene), Rain Man – L’uomo della pioggia e Sleepers. Nessun dubbio al riguardo: ci troviamo infatti di fronte ad un solidissimo horror movie, in grado di appassionare e spaventare nel più genuino dei modi. La cosa risulta ancora più ammirevole se si tiene conto del fatto che ormai, vista anche la sovrabbondanza di opere simili, è molto difficile che un mockumentary riesca a creare empatia nello spettatore. La pretesa di essere “un documento vero ritrovato in circostanze misteriose” non funziona più come un tempo, consapevole di questo The Bay ha deciso di puntare tutto su di una storia in grado di far presa sul pubblico per altri motivi e che si presenta come ben radicata nel mondo in cui viviamo.

The Bay Jane McNeill Foto Dal Film 01

Abbiamo una forte componente ecologista, che si pone come un monito nei confronti di tutti i danni ambientali provocati dall’uomo, il tutto affidato al “semplice” orrore che può scaturire da una creatura che esiste sul serio in natura e che risulta orripilante di suo: il Cymothoa exigua, un piccolo crostaceo parassita. Senza entrare troppo nel dettaglio, sappiate che quest’essere di origini antichissime è in grado di entrare nel corpo delle sue vittime (creature marine, niente panico) sostituendosi alla lingua e continuando indisturbato la sua esistenza. Prendete questi due punti e affidateli alla potenza del cinema, che durante il suo corso ha in più di un’occasione parlato di mutazioni genetiche provocate dalle manie di grandezza (e ricchezza) umane. Se da un lato quindi abbiamo il gigantesco Godzilla, frutto delle sperimentazioni atomiche, dall’altro abbiamo dei minuscoli esseri nati da un disastro ambientale, in grado di sconvolgere la tranquillità di una piccola cittadina americana.

A questo aggiungeteci la bravura di un cineasta come Barry Levinson, che ha saputo gestire al meglio questa storia dosando sapientemente ritmo e tensione in un crescendo di orrore che difficilmente lascia indifferenti. Al di là dei mezzi utilizzati e della sua estetica The Bay si propone come l’ennesima dimostrazione che nella settima arte non conta tanto una trama originale, quanto il modo attraverso cui la si racconta.

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