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28 maggio 2013 • 18:53 • Scritto da laura.c

Solo Dio Perdona – Incontro col regista Nicolas Winding Refn

A Roma per presentare il suo ultimo film, appena visto in concorso al Festival di Cannes, il regista è tornato a parlare del suo amore per il cinema italiano e per i ritratti di tormentate e violente figure maschili. Proprio come quella interpreta ancora una volta da Ryan Gosling nella visionaria Bangkok di Only God Forgives.
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Solo Dio Perdona - Only God Forgives

A Cannes ha diviso la critica, ma lui non si scompone: Nicolas Winding Refn ha sempre sostenuto che l’arte e il cinema sono una forma di violenza, volta a colpire irrimediabilmente lo spettatore inerme per lasciare in lui un’impressione talvolta indelebile, positiva o negativa che sia. Così dopo il successo di Drive, il regista ha ritrovato il grandissimo Ryan Gosling per un’opera dai contorni complessi e onirici, piena di riferimenti a B-movies e spaghetti western, ma anche a grandi temi classici come complesso edipico, dannazione ed espiazione. Tutto questo è Solo Dio Perdona – Only God Forgives, oscura storia di vendetta ambientata nello scenario surreale di una Bangkok ritratta in modo assolutamente visionario. Ce ne ha parlato lo stesso Nicolas Winding Refn, ieri a Roma per presentare il film alla stampa italiana.

Nicolas Winding Refn, si è sempre dichiarato un grande appassionato di cinema italiano. Quanto questa passione ha influito su questo film, che già dal titolo ricorda gli spaghetti western?

N. W. R.: Amo il cinema italiano e in particolar modo gli spaghetti western. Ho sempre voluto realizzarne uno ma, non essendo italiano, ho pensato di andarlo a girare a Bangkok. Per quanto riguarda il titolo, in effetti potrei essermi ispirato senza accorgermene a Dio perdona… Io no!,  che lo ricorda molto. D’altra parte tendo a preferire questo genere ai western classici, perché ha toni più surreali, più estremi e più sottotesti, soprattutto dal punto di vista psicologico.

Quindi in Solo Dio Perdona c’è più western italiano che americano?

In realtà c’è anche c’è anche Andersen, che non a caso era uno scrittore danese. Sono sempre stato interessato alle favole, soprattutto da quando sono diventato padre e mi è capitato spesso di raccontarle ai bambini. Comunque penso che il film si avvicini di più al western all’italiana.

Parlando del suo cinema, ha detto di aver sempre pensato di dirigere film sulle donne, e di essere finito invece a fare film su uomini violenti. Come mai questa piega?

Non lo so, sarà colpa della mia parte femminile, suppongo [ride]. Tendenzialmente non mi piacciono gli uomini e l’universo maschile. Non mi piace andare nei locali di striptease, giocare a poker, bere birra o fare sport. Di contro amo le donne, infatti mi è piaciuto molto lavorare in questo film sul personaggio di Kristin Scott Thomas. Eppure ho finito per fare film sugli uomini e in particolare sugli uomini dal comportamento violento, ma non so dirvi perché. Forse perché in fin dei conti è ciò che sono. Ciò non toglie che più in là mi piacerebbe raccontare una storia al femminile, per ora mi sono divertito ad avere a che fare con questi personaggi.

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Ha parlato di spaghetti western, un genere che deve molto anche al cinema di Kurosawa. C’è anche un po’ di questo cineasta nel suo film, oltre che di altri maestri come Takeshi Kitano?

In realtà mi piacciono moltissimi film e moltissimi cineasti diversi. Tutti siamo un po’ figli delle opere, non solo cinematografiche, con cui cresciamo. Detto ciò, certamente amo Kurosawa, ma anche Takashi Miike, Seijun Suzuki, Yasujiro Ozu, così come il cinema asiatico in generale. Lo trovo distante da quello che conosco e quindi e mi permette di viaggiare in spazi sconosciuti. Apprezzo anche molti registi asiatici moderni, sudcoreani, giapponesi e altri. Il fatto è che purtroppo sono pessimo nel ricordarmi i titoli. Posso giusto citarvi Le lacrime della Tigre Nera, un gran western tailandese.

Quanto ha contato il successo di Drive nell’ottenere la libertà creativa per fare questo film?

Ho sempre avuto la fortuna di avere libertà creativa. Per questo fino a ora ho preferito non lavorare con nessuna major, anche quando sono stato a un passo da un accordo. Non c’è cifra che ti possano dare che valga la libertà di fare ciò che si vuole. Almeno per adesso la vedo così. Penso però che la libertà creativa sia anche qualcosa che devi prenderti da te. Quando cominci a lavorare su un film sono molte le persone che cercano di influenzarti, di cambiarti o di dirigerti verso una determinata direzione. Mantenere la libertà per un regista vuol dire essere pronto ad andare in guerra.

Tra i ringraziamenti del film compare anche il regista Alejandro Jodorowsky.

È un regista che ha avuto molta più influenza sugli altri cineasti di quanta gliene venga riconosciuta. Per me, in particolare, era una specie di leggenda perché negli anni ’90, quando i VHS erano davvero l’unico modo per vedere i film, specialmente quelli più controversi, i suoi erano quasi introvabili. Negli Stati Uniti ci sarà stata sì e no una copia di El Topo, già la La Montagna Sacra bisognava scordarselo. Vedere uno di quei film era come andare al museo e mi chiedevo cosa si provasse a fare qualcosa del genere, il vero cinema, quello capace di scardinare tutti gli standard e le leggi della cinematografia. Sapevo che era esattamente quello che volevo fare, perché era punk rock, erano più di semplici film, erano una vera esperienza, una nuova forma mentale.  Di quei titoli, in Solo Dio Perdona, ho ricalcato soprattutto la struttura, che ha una natura episodica tale per cui tutti gli episodi sono necessari alla costruzione della storia.  È come scavare nella mente di una persona, scrutare le immagini che sono al suo interno: solo una volta viste tutte, arrivano a comporre un quadro. Come un significato che non si conclude mai, un enigma che più lo si conosce, più continua a crescere. Ho avuto modo di conoscere Jodorowsky personalmente, e questa menzione in Solo Dio Perdona era un modo di ringraziarlo per l’ispirazione. A volte, quando sento che mi sto adagiando troppo, chiedo a me stesso: cosa farebbe Jodorowsky in questa situazione? Ogni tanto, però, così finisco per fare anche delle cose un po’ stupide.

Come ha convinto Kristin Scott Thomas a lanciarsi in un personaggio così particolare?

Dato che come sempre non avevo molti soldi per questo film, stavo già cercando qualche attrice inglese sconosciuta, ma avendo sentito che Kristin Scott Thomas desiderava lavorare con me, ci siamo incontrati per parlare del ruolo.  Lei ha sempre interpretato questi film molto classici, in cui faceva l’aristocratica o la donna fragile. Ed è molto brava in questo, è l’attrice preferita di mia madre, tuttavia ho capito che non avrebbe avuto problemi a calarsi anche nei panni della stronza megera. Inoltre è una donna molto sexy e il suo ruolo nel film, così incentrato sul rapporto madre-figlio, risulta molto complesso, pieno di strati. Quando ci siamo incontrati  mi ha detto che non le piacevano i film violenti ed estremi, da brava signora inglese di mezz’età che vive a Parigi e legge cose come Oscar Wilde, ma anche che voleva provare qualcosa di davvero diverso. Le ho risposto che per me andava bene, che non l’avrei pagata molto e che si sarebbe dovuta trasformare in maniera radicale per il personaggio. Successivamente mi ha mandato una foto di lei con questi capelli biondi lunghissimi e ho pensato subito “ciao Donatella Versace”. Da lì siamo partiti per costruire questo particolarissimo prototipo di donna, su cui devo dire ha lavorato tantissimo.

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Da giovane è stato espulso dall’Accademia Drammatica per aver battuto i pugni sulla scrivania. Cosa conserva di quello spirito ribelle?

Ho sempre avuto un ben radicato odio nei confronti dell’autorità che mantengo saldo ancora oggi. Credo che il nemico per eccellenza della creatività sia il buon gusto, per questo voglio ancora battere i pugni. Conservo sempre il mio animo punk, anche se magari lo manifesto in modo più intelligente e se ho un aspetto più presentabile. Ma non si può perdere quella parte di sé se si vuole lavorare nel mondo dell’arte. Non bisogna mai perdere la scintilla, la capacità di essere di ispirazione, ma sfasciando tutto. Ho fatto il mio primo film a 24 anni con tutta l’arroganza della gioventù, e penso sia stato un ottimo modo per iniziare.

Come spiega la centralità delle mani del protagonista di Solo Dio Perdona?

La prima idea che ho avuto per questo film è stata l’immagine di qualcuno che si guarda le mani, a pugni chiusi. Non sapevo ancora cosa volesse significare ma mi sembrava una bella immagine, e più andavo avanti più capivo che aveva a che fare con la natura della violenza maschile. Togli a un uomo le mani e gli porti via tutto, come se lo privassi del suo istinto. Le mani possono esprimere anche sottomissione: il pregare consiste spesso nel mostrare o lavare le mani, c’è quindi un aspetto sacrificale. Ma anche un’analogia con il sesso maschile, possono rappresentare impotenza, castrazione oppure eccitazione sessuale. In più quando ero piccolo avevo una vera e propria ossessione per le mani, le proteggevo continuamente. A questo tema si aggiunge poi quello del rapporto madre-figlio: mi dispiace per le ragazze, ma la verità è che prima o poi tutti gli uomini vogliono solo tornare dentro l’utero materno, anche se non lo ammetteranno mai. Riassumendo, le mani sono senza dubbio il tratto più caratterizzante del personaggio di Julian, interpretato da  Ryan Gosling, la sua parte maledetta.

Tornando ai suoi riferimenti, cosa ci dice dell’ammirazione per Gualtiero Jacopetti e di Gaspar Noé, il cui Enter the Void sembra avere più di un punto in contatto con Solo Dio Perdona?

Adoro il cinema di Jacopetti anche se ci sono molti demoni nella sua carriera, cose che non dovrebbero essere permesse. Ma come filmmaker era incredibile e ancora oggi colleziono quanto più materiale possibile. Si può dire che fosse simile a Jodorowsky per l’attenzione data alla scena e all’esperienza, più che allo storytelling convenzionale. Con Noé siamo amici e ci capita spesso di confrontarci sul nostro lavoro. È anche venuto a Bangkok a trovarmi sul set.

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Com’è stata l’esperienza di Cannes?

È stata una permanenza piacevole. Le reazioni molto violente, sia di chi ha amato che di chi ha odiato il film, mi hanno fatto sentire per la prima volta di aver fatto di sicuro un buon lavoro. È stato incredibile anche sentire tutte le diverse interpretazioni che sono state date del film, con letture a cui non avevo mai pensato. Ma questo è quello che dovrebbe fare un film. L’arte è esprimere emozioni, e il cinema è una forma d’arte, solo che spesso si scontra con la sua natura estremamente lucrativa. Intorno ai film possono arrivare a girare miliardi, e per fare in modo che ciò avvenga, la cosa più facile è assicurarsi la passività del pubblico. Uno spettatore passivo consuma in modo più facile, veloce e in maggior quantità, perché non viene richiesta la sua partecipazione. Il film diventa qualcosa che ti passa attraverso senza lasciare alcun segno. Personalmente invece penso che il cinema debba penetrare il pubblico, colpirlo violentemente con l’arte, scioccarlo, che gli piaccia o meno. Solo così il film è destinato a rimanere con lo spettatore, e nel caso si sia tratto di un’esperienza positiva, è probabile che la porti con sé tutta la vita.

Su cosa sta lavorando al momento?

Una serie tv su Barbarella, ma per quanto riguarda i prossimi progetti cinematografici, vorrei davvero davvero tanto dirigere un horror o una commedia.

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Il film farà il suo ingresso nelle sale italiane il 30 maggio, distribuito da 01 Distribution. Vi ricordiamo che QUI potete trovare un commento a caldo sul film direttamente dal Festival di Cannes.

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