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Miele – La recensione del film diretto da Valeria Golino

Di Valentina Torlaschi

Miele Carlo Cecchi Jasmine Trinca foto dal film 3

Miele è un film che ti mette con le spalle al muro. Che ti spiazza. Che ti costringe a scrollarti di dosso ruotine e certezze per fermarti a pensare a quello che stai facendo. Un film che, parlandoti di morte, ti sprona a vivere. A riprenderti in mano la tua esistenza “trascinata”, provando a darle un senso.
Proprio in questo, Miele è un film imperniato del suicidio di Mario Monicelli. Sia chiaro, non c’è alcuno riferimento esplicito (anche se i rimandi sottesi sono diversi) a quel 29 novembre 2010 quando uno dei registi più caustici e geniali del cinema italiano, a 95 anni, si buttò dal 5° piano dell’ospedale dove era ricoverato. Eppure, quel gesto di morte così incasellabile, urticante e rivoluzionario ci costrinse, un po’ come ha fatto ora l’attrice Valeria Golino con questa sua prima pellicola da regista, a non dare per scontato il significato della parola vita. Soprattutto in relazione a questa nostra società superficiale, vuota e volgare perché, come semplicemente e giustamente scrive il cantante indie-pop Dimartino in una delle sue canzoni: “mentre guardavamo il divo sul manifesto del detersivo, pensavamo a Monicelli che vola dal balcone, alla faccia della moda che ci vuole tutti giovani e belli. Alla faccia dell’Italia che ci vuole vivi e basta”.

Libera traduzione per il cinema del romanzo A nome tuo di Mauro Covacich, Miele racconta di una ragazza sui 30 anni il cui passato è segnato dalla profonda cicatrice di una madre scomparsa troppo presto, a quanto pare, dopo un’atroce e lunga malattia. Irene, questo il suo nome, nasconde un segreto: di tanto in tanto, vola in Messico per comprare dei potenti barbiturici per cani salvo poi somministrarli ad esseri umani (malati termali o persone fortemente invalidate) per aiutarli a morire e porre fine alle loro sofferenze. Per lei, questa è una missione, un atto di pietà. Ma quando a chiedere il suo “servizio” sarà un settantenne in perfetta salute che è semplicemente stufo di vivere, le precarie certezze di Irene vanno in frantumi.
Per il suo debutto da regista, la Golino ha scelto un tema scivoloso e controverso come quello del suicidio assistito ed è riuscita a costruire un film coraggioso, assolutamente non scontato e non riconciliante. Appoggiandosi su una sceneggiatura ben scritta che lavora per sottrazioni, taglia dialoghi-spiegazioni inutili e non indugia sul commuovente, la pellicola colpisce soprattutto per lo stile. Uno stile dal forte gusto autoriale che punta sulla forza e la bellezza d’immagini invase di luce, con personaggi spinti ai bordi dell’inquadratura, corpi che fluttuano sott’acqua, riprese asimmetriche, plongée o contre-plongée, una fotografia livida così estranea all’immaginario della solita Roma, raccordi di montaggio volutamente sbagliati. Pur richiamando da lontano autori come Jacques Audiard, ma anche certe ricercatezze estetiche di Matteo Garrone, Paolo Sorrentino e Marina Spada, Valeria Golino ha costruito uno stile originale, libero dalle convenzioni, che non solo è estraneo a molto del cinema italiano, ma dà davvero la sensazione di vedere qualcosa di nuovo nel panorama europeo.

Oltre che ben scritti in tutte le loro ambiguità di fascinazione e repulsione, i due protagonisti traggono la propria forza grazie alle forti interpretazioni di Jasmine Trinca e Carlo Cecchi. Nel vestire i panni di questa ragazza controversa che non ha ancora trovato il suo posto del mondo e vorrebbe vivere sempre in apnea per non sentire cosa il mondo ha da dirle (da qui la sua esigenza di stare spesso sotto le acque del mare e di tenersi l’ipod sempre acceso nelle orecchie), la Trinca ha dato vita al suo ruolo più riuscito. Grazie a un aspetto più androgino, mascolino, con capelli corti e giacca di pelle, movimenti più nervosi, una gestualità più marcata, un look vagamente alla Lisbeth Salander (anche se a me ha ricordato Clotilde Hesme in Angèle et Tony) l’attrice è riuscita finalmente a scrollarsi di dosso l’aurea da “suorina” o quantomeno da “brava ragazza”. Quello di Irene (o Miele, che è il nome in codice che usa quando è in servizio) è un personaggio invece sfaccettato, duro e fragile insieme. Per quel che riguarda Carlo Cecchi, be’, lui è immenso. Perfetto nel dosare sarcasmo e intelligenza, tagliente nei suoi giudizi (le sue battute su quelle “stronzate” dei piercing e sui programmi trash in tv sono da manuale: sprezzanti e ironiche come non mai), sagace nella sua visione del mondo, ma anche aperto e solidiale verso gli altri, l’ingegner Grimaldi (questo personaggio davvero di monicelliana memoria) non poteva che non essere lui.

In sala dal 1° maggio grazie a Bim distribuzione, Miele sarà presentato al prossimo Festival di Cannes, nella sezione Un certain regard. E in quanto italiani non possiamo che essere orgogliosi di questo nostro film che non sarà forse perfetto ma è libero e coraggioso.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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