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Miele – La nostra intervista a Valeria Golino e Jasmine Trinca

Di Valentina Torlaschi

Miele Jasmine Trinca Valeria Golino foto dal set 1

Un film coraggioso, libero e audace, soprattutto nello stile. Per il suo esordio dietro da regista Valeria Golino – una delle attrici più apprezzate del nostro cinema, che vanta anche una carriera hollywoodiana alla spalle, vista l’ultima volta ormai nel 2011 in La kryptonite nella borsa – ha affrontato in modo assolutamente non scontato e non riconciliante lo scivoloso e controverso tema dell’eutanasia, o meglio del suicidio assistito. La pellicola in questione va sotto il titolo di Miele ed è una traduzione per immagini del libro A nome tuo del triestino Mauro Covacich (romanzo precedentemente uscito con lo pseudonimo di Angela Del Fabbro e con il titolo di Vi perdono). Una storia, appunto, di morte e rinascita: protagonista è infatti una ragazza sui 30 anni il cui passato è segnato dalla profonda cicatrice di una madre scomparsa troppo presto, a quanto pare, dopo un’atroce e lunga malattia. Irene – questo il suo nome – nasconde un segreto: di tanto in tanto, vola in Messico per comprare dei potenti barbiturici per cani salvo poi somministrarli ad esseri umani (malati termali o persone fortemente invalidate) per aiutarli a morire e porre fine alle loro sofferenze. Per lei questa è una missione, un atto di pietà. Ma quando a chiedere il suo “servizio” sarà un settantenne in perfetta salute, un uomo sano che è semplicemente stufo di vivere, le precarie certezze della donna vanno in frantumi.

A ricoprire il ruolo della protagonista è Jasmine Trinca, la giovane attrice scoperta da Nanni Moretti in La stanza del figlio (2001) e che ha poi recitato, tra gli altri, in Romanzo Criminale, Il grande sogno di Michele Placido, altre pellicole francesi e recentemente in Un giorno devi andare di Giorgio Diritti. Nei panni del caustico e sarcastico Ingegner Grimaldi, l’anziano che vuol morire perché ritiene di aver vissuto abbastanza, c’è invece Carlo Cecchi: grande interprete e regista teatrale spesso prestato al cinema. A completare il cast, infine, i bravi Libero De Rienzo e Vinicio Marchioni.

Prodotto dalla Buena onda, la casa di produzione che la Golino ha fondato insieme al compagno Riccardo Scamarcio, il film esce oggi nelle nostre sale prima di approdare, tra un paio di settimane, al Festival di Cannes nella sezione Un certain regard.

Nella terrazza dell’Hotel Bulgari di Milano illuminata da un timido sole, ieri abbiamo incontrato la regista Valeria Golino e l’attrice Jasmine Trinca, entrambe (giustamente) molto fiere del loro lavoro. Ecco la nostra intervista.

Inizialmente il film doveva intitolarsi come il titolo del romanzo da cui è tratto, poi avete deciso di intitolarlo Miele: il nome in codice usato dalla protagonista quando è in servizio. Perché?

Valeria Golino: Io ho letto quel libro appena uscì nel 2009. Ne rimasi folgorata e decidemmo subito, insieme a Riccardo (Scarmarcio, ndr), di acquistarne i diritti per farne un film con la nostra casa di produzione. Allora il romanzo s’intitolava Vi perdono ed era firmato con lo pseudonimo di Angela Del Fabbro: quel titolo è rimasto dalla sceneggiatura fino al montaggio, anche se nel frattempo si è scoperto che il vero autore era Mauro Covacich e il testo è stato ripubblicato con il titolo A nome tuo. Una volta finito il film, mi sono accorta che la mia opera aveva perso i toni perentori del libro, non somigliava più a quel titolo, era diventata qualcos’altro. Abbiamo quindi cercato altri titoli e alla fine abbiamo concordato tutti su Miele, come se la pellicola coincidesse con la sua protagonista.

Oltre al libro di Mauro Covacich, avete fatto altre ricerche sul fenomeno dei suicidi assistiti?

Valeria Golino: Covacich aveva già fatto un grandissimo lavoro di veridicità su questa realtà, quindi abbiamo usato moltissimo del suo materiale. In più, io ho visto alcuni documentari su queste persone, uomini e donne, che, in cliniche in Svizzera, Belgio e Colorado, svolgono questo lavoro di angeli della morte. Ho mostrato a Jasmine (Trica, ndr) un paio di questi video e vi assicuro che lei non ne era per nulla contenta. Sono immagini molto disturbanti perché, in quanto spettatore, non sai come porti di fronte a questa realtà: non sai sai se irritarti, se emozionarti. E poi c’è un’inevitabile componente voyeuristica. Questi video mi sono comunque serviti per attingere frammenti di dialoghi o dettagli importanti.

Del film colpisce lo stile: una regia non convenzionale, un uso del suono non naturalistico, inquadrature asimmetriche coi personaggi spinti sui bordi e mai al centro. Ci racconti come hai lavorato in questo senso?

Valeria Golino: Rispetto al suono, da spettatrice cinefila, sono sempre rimasta colpita da film con un uso del suono particolare: penso a 8 ½ di Fellini dove i rumori sono molto costruiti. Da subito, ho pensato a Miele come a un film dove il suono fosse ricco, bello, significativo. Un esempio: in uno degli incontri tra Miele e l’Ingegner Grimaldi, lei viene come annunciata da un applauso scrosciante che però arriva dal brutto programma tv che l’uomo sta guardando.
Per la costruzione delle immagini, invece, il fatto di non mettere i personaggi al centro dell’inquadratura è qualcosa d’istintivo: da sempre faccio disegni o scatto polaroid in cui utilizzo questo decentramento, queste inquadrature laterali o comunque volti a metà, pezzi di corpi. È un mio personale modo di vedere e ritrarre il mondo che ho semplicemente riportato nel film. Mi è venuto naturale fare così.

Da Amour di Haneke a Bella addormentata di Bellocchio, in quest’ultimo anno il tema dell’eutanasia ha fatto più volte incursione nel cinema.

Valeria Golino: Non mi so spiegare il perché di questa coincidenza. Forse il motivo è nel fascino di raccontare un tabù, e forse in questo momento storico le domande intorno al tema della morte sono più urgenti. Ho scoperto che Haneke e Bellocchio stavano lavorando sullo stesso argomento proprio mentre stavo scrivendo il mio film. Ma loro sono due autori talmente più grandi di me che non mi sono mai sentita troppo preoccupata del confronto. Ho deciso comunque di non vedere le loro due pellicole solo dopo aver finito il montaggio di Miele perché non ne volevo rimanere influenzata.

Sul tema dell’eutanasia, Miele pone domande più che dare risposte. Qual è il tuo punto di vista sull’argomento?

Valeria Golino: Sono fermamente convinta che tutti debbano poter decidere sul proprio corpo, su quando e come porre fine alla vita. Questo lo penso profondamente, però ci sono sfumature sulla questione in cui mi perdo e non voglio imporre a nessuno la mia verità. Per me non esiste un giusto e uno sbagliato in assoluto. Non ho fatto un film sociologico, e questo mi ha permesso anche di prendermi delle licenze poetiche.

Chi è Miele e perché agisce così?

Jasmine Trinca: Il perché non lo sappiamo con certezza ma possiamo cercare di dedurlo guardando il film. Nella prima parte, lei aiuta a morire le persone per lavoro ma soprattutto spinta da uno sguardo di pietà. Pur essendo molto dolce e assolutamente non feroce, la ragazza è una sorta di macchina di guerra, una donna che non si arresta. Un aspetto interessante è poi che, da lei, non ti aspetti possa fare questo “mestiere”: Miele è apparentemente una donna qualunque, una zia, una mamma. E poi è una ragazza che brucia: brucia di movimento, di sessualità, di rapporti non approfonditi per non fermarsi. Ma a un certo punto è costretta a fermarsi, e non perché è stanca bensì perché incontra qualcuno: l’ingegner Grimaldi. Un uomo, una variabile impazzita che la mette in crisi e che rende la sua professione insostenibile.

Jasmine, come hai affrontato questo personaggio così controverso?

Jasmine Trinca: C’è stato un affidamento totale in Valeria Golino, nel suo sguardo, e sentivo la sostanza della sua idea. Sapevo che sarebbe stato difficile rappresentare una storia di dolore come questa ma avevo totale fiducia in lei che infatti ha scelto il pudore e mi ha proibito sceneggiate di qualsiasi tipo. Miele è stato poi particolarmente importante per me perché è stato un film-rottura con la mia carriera precedente e la mia immagine. Mi sono scrollata di dosso le mie sicurezze e sono andata a esplorare zone sconosciute:c’è stata l’occasione e il divertimento di diventare un’altra persona. Tagliare i capelli mi è servito tantissimo: i miei capelli sono sempre stati una sorta di schermo, una tenda dietro cui nascondermi. Tagliandoli corti, improvvisamente, sono stata travolta dal disagio e dalla sfida di essere un essere femminile diverso: dovevo essere meno indolente e più nervosa, scattosa. Io non sono un’attrice che è interessata ad apparire sempre bella. Anzi, quando in un film vedo un’attrice che è bella e brutta allo stesso tempo, mi intriga ancora di più. Così come mi è piaciuto rivedermi un po’ sfatta, stanca.

Quello di Miele è un personaggio che ti è talmente rimasto addosso dato che ora la sua giacca di pelle è nel tuo armadio. È vero questo aneddoto?

Jasmine Trinca: Sì, è vero. Lo so, è una cosa un po’ folle ma rende bene l’idea di quanto sia stato importante l’incontro con questo ruolo, di quanto Miele sia entrata in me.

L’abito, tra l’altro, è un po’ un’armatura per la lei.

Jasmine Trinca: Sì, Miele si nasconde nei suoi vestiti e grazie a questi, quando è richiesto, diventa invisibile: una di quelle persone che ti passano accanto e non te ne accorgi. Tra l’altro, Valeria Golino ha voluto che Miele si vestisse e si muovesse un po’ come lei indossando certi suoi stivaletti e camicette.

Ci sono stati dei modelli (cinematografici o di vita reale) di donna che avete usato per costruire il personaggio di Miele? Qualcuno ha parlato di una sorta di Lisbeth Salander

Valeria Golino: Ci siamo vagamente ispirati alla protagonista di Uomini che odiano le donne più che altro per ricreare una femminilità contemporanea anche fisicamente. Ma non estremizzata come lei. Anche perché, come ha detto Jasmine, io volevo che lei fosse invisibile, non solo androgina. Comunque, quel film di Fincher è fantastico: io e Jasmine l’abbiamo visto assieme e ci siamo esaltate!

Qual è stato il rapporto tra voi due?

Jasmine Trinca: Come già detto, io mi sono completamente affidata a lei. Ma più che una maestra, è stata una sorella maggiore.

Valeria Golino: Io sono entrata completamente in osmosi con Jasmine. Fin troppo, forse… a volte mi dimentico che lei non è mica la mia bambina o la mia bambola ma è una donna di 30 anni che tra l’altro è già una madre. È una persona autonoma, non mi appartiene. Sul set, mi capitava di spupazzarla e ogni tanto lei si ribellava, giustamente.

Carlo Cecchi è perfetto in questo ruolo: è stata la prima scelta?

Valeria Golino: Assolutamente sì. Anzi, lui era già nel mio immaginario mentre stavo ancora scrivendo la sceneggiatura: a un certo punto, per paura della sua reticenza, ho provato a pensare ad altri, ma non ce l’ho fatta. Carlo in questo ruolo era quasi inevitabile: lui è ironico, spudorato, leggero, totalmente lontano dall’idea di anziano-nonno-maestro a cui siamo abituati.

Valeria, non hai mai pensato di ritagliarti anche una piccola parte nel film?

Valeria Golino: A un certo punto ho pensato di interpretare la mamma di Miele nelle scene in cui lei la sogna. Poi, però, mi piaceva l’idea che la madre avesse la stessa età di Jasmine e allora ho scelto Valeria Bilello, anche perché loro due si assomigliano molto fisicamente.

Tra Miele e l’Ingegner Grimaldi a chi vuoi più bene?

Valeria Golino: Forse voglio più bene a Miele ma sono innamorata dell’Ingegnere.

Come è stata costruita questa variegata e splendida colonna sonora che va dai Talking Heads a Brassens, da Caribou e a un pezzo di Francesco Sarcina delle Vibrazioni?

Valeria Golino: Non volevo una musica di accompagnamento, ma una musica che arrivasse direttamente da dentro al film. Il trucco è stato quello di farla ascoltare dai protagonisti: la canzoni che scelgono di mettere i malati mentre muoiono, quelle nell’ipod di Miele, quelle della radio dall’ingegnere. Non volevo commentare dal di fuori quello che accadeva dentro il film: non volevo, attraverso la musica, indurre lo spettatore a commuoversi. Questo mi ha inoltre permesso di rendere lo sfondo musicale più eterogeneo. Poi, nello specifico, le canzoni scelte sono brani che mi piacciono, che ho scoperto grazie a Riccardo o a degli amici. Come Io sono il vento, eseguita da Marino Marini: me l’ha fatta ascoltare il marito di una delle sceneggiatrici era perfetta. Il brano Tonadillas, invece, l’ho rubato a Sergio Rubini che lo voleva mettere finale di Colpo d’occhio ma poi non l’aveva usato.

Prima regia e subito al Festival di Cannes…

Valeria Golino: Quando ho iniziato a fare l’attrice, ho vinto subito la Coppa Volpi, poi sono andata al Festival di Cannes per tre volte consecutive, poi sono anche approdata a Hollywood: le mie carriere sono segnate da inizi strepitosi che poi si ridimensionano. È così, perché all’inizio sono tutti più indulgenti. Sono ben consapevole che per un secondo o terzo film i giudizi saranno più sereni. Ma non importa: per ora sono molto orgogliosa del mio film e sono anche contenta di portare gli amici e colleghi a Cannes in modo da ripagare tutti con un po’ di allegria.

Miele è uscito oggi nei cinema italiani per distribuito dalla Bim. Qui potete leggere la nostra recensione.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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