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La Grande Bellezza – La recensione del nuovo film di Paolo Sorrentino

La Grande Bellezza – La recensione del nuovo film di Paolo Sorrentino

Di laura.c

LA GRANDE BELLEZZA

È Fellini, è Proust, è lo stesso Sorrentino cinico e tagliente, ma altrettanto nostalgico e incantato, che si è fatto conoscere non solo attraverso i suoi film ma anche i suoi libri. È poi molto altro di ciò che abbiamo amato di un cinema e di una letteratura che pensavamo destinati a rimanere confinati nel passato. E nonostante tutte queste fonti di ispirazione fossero palesi e dichiarate fin dall’inizio, così come le atmosfere barocche di Roma e la poetica fatta di chiaroscuri notturni, La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino riesce a rimescolare tutto  in modo a un tempo nuovo e familiare, riuscendo nella difficilissima impresa di stupire con l’atteso e di rivitalizzare col vecchio.

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Che trama può esserci nella storia di un giornalista affermato, scrittore in gioventù di un unico libro di modesto successo, che si aggira sempre più disinteressato e distaccato tra le feste senza motivo di un’élite mondana, cafona, sterile e vuota, alimentata solo da una coazione allo svago in cui si nasconde puro disfacimento, inerzia e noia? Quello creato da Sorrentino nel suo ultimo film, presentato in concorso al Festival di Cannes, non è il racconto di una vita, né quello di una città: è uno sguardo che si eleva con movimenti fluidi, gravi e intensi su una realtà che ormai ha assunto i tratti della caricatura. Sui nobili decaduti, i ricchi annoiati, i volgari arricchiti, gli pseudo-intellettuali snob e ipocriti, i provincialotti che cercano di entrare senza successo nelle cerchie dell’alta società, gli artistoidi senza arte né parte, e per finire su di un clero che continua a pervadere una Roma piena di religione e povera di spiritualità.

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Fin qui niente che non si potesse prevedere anche dalla semplice lettura di una sinossi, così come ormai non stupisce la perfezione estetica di una regia che riesce ad alternare, senza perdere quasi mai il filo, il fasto barocco a ritratti fiamminghi e a immagini che trasudano surrealismo senza perdere naturalezza. La scuola felliniana, da questo punto di vista, si fa sentire in maniera forte e meravigliosa, ma quello che davvero va oltre le aspettative, ne  La Grande Bellezza, è la capacità di Sorrentino di distruggere e allo stesso tempo accarezzare personaggi e situazioni, con uno sguardo feroce che però non vuole né assolvere né condannare, ma solo far emergere tristezza e malinconia, delusione e nostalgia per una purezza che si ha a malapena il coraggio di ricordare.

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In una fase in cui la crisi, soprattutto quella civile e culturale, non si cela più nemmeno all’occhio meno critico, la sensibilità del regista non sta nel dipingere l’affresco di una società in pieno decadimento umano e morale, della sua stanca promiscuità, delle sue piccole bassezze e delle malcelate menzogne. La vera impresa tentata dal regista è prendere questo nulla e abbracciarlo, lasciando che insieme allo squallore emerga l’angoscia e l’amarezza per uno stato di innocenza la cui memoria è quasi inibita a un’esistenza ormai corrotta. Che può essere quella del protagonista,  incarnato ancora una volta dalla fisionomia indescrivibile di Toni Servillo (difficile da criticare anche quando palesemente sopra le righe come in questo caso), ma anche l’esistenza di un’arte e di un Paese che dai tempi de La Dolce Vita non sembrano aver mosso alcun passo in avanti, ma solo continuato a dimenarsi nel grande “party” del benessere, vantandosi di grandezze passate e mai eguagliate. La stagnazione creativa e umana ci sembra dunque il vero cuore pulsante di un film che, fondamentalmente, racconta la difficoltà di ritrovare una spinta vitale, quella “Grande bellezza” che si manifesta in modo effimero e incostante, e pare destinata a rimanere perennemente ricordo del passato. Un ricordo custodito da uomini e cose ormai ridotti a rovine o al massimo a monumenti stanchi, di cui Roma rappresenta lo scenario a dir poco perfetto.

LA GRANDE BELLEZZA

La difficoltà di recuperare l’ingenuità del tempo andato (o perduto?) è tale, che nemmeno Sorrentino ci riesce appieno. Il risultato paradossale di questo film, è che le sequenze dedicate al passato del protagonista sono le meno convincenti, soprattutto a confronto con il fascino indiscreto di una decadenza in cui, in fin dei conti,  si nasconde forse il motivo per cui Roma continua ad attirare a sé masse di turisti (sarà questo il perché del macabro omaggio all’inizio del film?), si continuano a fare feste sulle terrazze di un mondo in declino, e gli uomini continuano a volteggiare e dimenarsi senza però andare da nessuna parte. E per cui su tutto ciò continua ad aleggiare una fede ormai praticamente insensata e ridotta a salma o fantasma, ma con cui il regista ha deciso di riempire l’ultima parte del film, forse come omaggio alla folle speranza di una salvezza possibile. Non si può negare che La Grande Bellezza abbia alcuni elementi scontati e poco esaltanti. Non si può negare il manierismo, l’andamento frammentato “per quadri”, l’inconcludenza talvolta troppo compiaciuta di alcuni passaggi che si beano del proprio carattere visionario. Ma l’incredibile capacità di descrivere in maniera così forte sensazioni, atmosfere e concetti inafferrabili, fanno dell’ultimo film di Sorrentino un’opera davvero eccezionale, nel senso che fa magnifica eccezione in un contesto cinematografico lontano anni luce da quello  dei grandi maestri a cui si ispira e a cui riesce a tener testa quantomeno con dignità. Senza contare un’abbondanza di dialoghi più che brillanti, che movimentano e rendono assolutamente irresistibile la prima parte del film.

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La Grande Bellezza esce oggi nelle sale italiane in contemporanea con la sua presentazione al Festival di Cannes. Qui trovate le nostre impressioni a caldo sul film, direttamente dalla Croisette.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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