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House of Cards, il commento alla serie di David Fincher

Di emanuele.r

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Il futuro è adesso. Una frase mille volte sentita, che oggi trova un senso almeno in campo televisivo, da quando Netflix, portale leader nello streaming legale e nella diffusione a pagamento di video on demand, ha deciso di produrre serie televisive da distribuire tutte insieme, senza la cadenza settimanale tipica, come capitoli di un romanzo dentro cui immergersi del tutto. Il primo esperimento poi è già di lusso: House of Cards, che brilla già dagli altisonanti nomi di David Fincher (alla produzione e regia) e Kevin Spacey come protagonista.

Durante la campagna elettorale, il rappresentante Frank Underwood supporta Garrett Walker, che diventa il 45º Presidente degli Stati Uniti. Ma quando Walker viene meno alla promessa fatta prima delle elezioni, di affidare l’incarico di Segretario di Stato a Underwood, quest’ultimo cerca una vendetta personale screditando i vertici politici di Washington con l’aiuto di una giovane reporter.

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Sviluppato da Beau Willimon, anche sceneggiatore, a partire da una miniserie inglese degli anni ’90 (a sua volta tratta da un romanzo di Michael Dobbs), House of Cards è un thriller politico sulla scia dei classici anni ’70 che mescola l’intrigo di State of Play alla complessità politica di The West Wing.

Aperto dalla morte di un cane che Spacey usa come metafora della politica parlando direttamente allo spettatore, House of Cards è un viaggio in quella politica americana che ultimamente è entrata al centro della narrativa statunitense in ogni mezzo, non più raccontata e analizzata dal di fuori, ma vissuta dal di dentro, popolata di insider o semplici funzionari, che hanno il pregio – più di mille dirette streaming – di illustrare al pubblico come si muovono i politici fuori dai luoghi comuni. Come un Boss ironico e sarcastico, House of Cards sceglie la chiave tragica della vendetta rendendola però machiavellica, paradigmatica di ciò che è la politica ai suoi più bassi (o alti, dipende dai punti di vista) livelli, rendendo chiaro il punto di vista già dalla scelta di un ambiente repubblicano che vede l’essere di sinistra come un reato.

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E alla base di tutto c’è in sostanza un racconto avvincente, scritto in maniera complessa e lineare allo stesso tempo che magari si lascia andare a qualche eccesso o forzatura nel corso delle puntate, ma che non fa mancare il coinvolgimento allo spettatore né il suo sguardo sulla politica e sul suo rapporto con i giornali. La confezione poi, sotto l’occhio di Fincher, è a tratti stupefacente (il valzer n°2 di Shostakovich che descrive un altro mondo da quello di Kubrick che lo rese celebre) e Spacey ha il ruolo perfetto per rilanciare la sua carriera, e lo gestisce da gran sornione qual è. Una serie notevole che se si legge come biglietto da visita della produzione Netflix fa tremare i polsi di ogni rete via cavo. HBO compresa.

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