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Cannes 2013 – La vie d’Adèle, la recensione del vincitore della Palma d’Oro

Di Andrea D'Addio

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Lei è al suo primo appuntamento con un ragazzo da poco conosciuto al liceo, l’altra invece sta aspettando al semaforo di poter attraversare la strada abbracciata alla sua partner. Diventa verde. I loro sguardi si incrociano. È un attimo, ma basta per capire ad entrambe che c’è qualcosa su cui varrebbe la pena esplorare. Non si fermano, non si rincorrono. Lasciano passare. Per fortuna il destino ha programmato il loro reincontro. Avverà solo qualche mese dopo, in circostanze diverse. E sarà l’inizio di una storia che le cambierà per sempre.

Alla base di La vie d’Adèle c’è prima tutto c’è un libro a fumetti. Si intitola Le bleu est une couleaur chaude, il blu è un colore caldo, scritto e disegnato dalla francese Julie Maroh (la prima pubblicazione è del 2010). Il franco tunisino Abdellatif Kechiche prende alcuni dei capitoli di questa lunga opera per adattarli e farne un film che si candida, volente o nolente, ad essere il più bel lavoro cinematografico mai fatto sull’amore tra due ragazze al giorno d’ oggi. Nulla viene risparmiato, sia in termini di tappe della relazione (l’iniziale passione, la stabilizzazione del rapporto, le prime incomprensioni, la noia, le prime recriminazioni, l’affetto che rimane comunque forte sullo sfondo, ma che forse non è abbastanza per andare avanti) che di immagini. Sarà pure banale parlarne, ma le lunghe ed insistite scene di sesso tra le due ragazze (a loro modo entrambe bellissime, sia Léa Seydoux che Adèle Exarchopoulos, intrise di quel fascino tutto francese fatto di pelle bianca levigata, labbra carnose e sguardo da maria) sono tanto eroticamente eccitanti quanto necessarie sia a capire la forza della relazione tra le due protagoniste che per dare una scossa emotiva al lungo racconto (ben tre ore di pellicola).

Director Abdellatif Kechiche and cast members pose during a photocall for the film "La Vie D'Adele" at the 66th Cannes Film Festival

 

Kechiche riesce a raccontare ogni più piccolo dettaglio della vita quotidiana dei due personaggi cogliendone ogni volta contraddizioni e piccole ingenuità e simbolismi. La forza del suo sguardo è confermata dal fatto che alla fine che si parli di amore lesbico passa quasi in secondo piano: potrebbe essere una storia tra due eterosessuali e la si vedrebbe con la stessa attenzione e immedesimandocisi allo stesso modo. C’è un grande lavoro di scrittura dietro, ma non solo. La naturalezza con cui il tutto scorre via è merito anche e soprattutto di regia e montaggio, in grado di unire scene e momenti di vita apparentemente quotidiana senza nè sovraccaricare né annoiare. Non è un caso che abbia vinto il Festival di Cannes 2013, così come meritavano almeno una menzione di merito, anche solo per il coraggio di aver girato alcune scene (in alcuni frangenti sembra davvero che ci sia “vera” penetrazione) le due attrici Léa Seydoux che Adéle Exarchopoulos.

Voto: 4/5

4

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