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Cannes 2013 – Il commento finale sui vincitori!

Di Andrea D'Addio

spielberg giuria

Ci voleva il buon senso di Steven Spielberg per avere finalmente in un festival di cinema un palmares di premi che lascia poco spazio alle recriminazioni. La giuria presieduta dal regista americano ha azzeccato quasi tutto, giusto forse sul riconoscimento dato alla regia del film messicano Heli si può un pochino discutere, ma tutti gli altri premi sono legittimi e meritevoli. Il che non significa che si sia premiato il migliore di ogni cosa, fare questo tipo di classifiche dando primi posti è molto difficile se non a volte impossibile, ma che sia leggendo la lista dei film premiati (a prescindere dal premio) che i premi categoria per categoria, ogni nome menzionato era nella rosa dei migliori.

La vie d’Adéle di Abdellatif Kechiche (qui la nostra recensione) era ad esempio il film che più aveva riscosso apprezzamenti di critiica e pubblico, quello di cui “non si poteva non parlare al festival”, complice quel paio di lunghe scene di sesso saffico girate alla grandissima che altro non erano che il momento clou di una storia d’amore raccontata dal primo all’ultimo incontro. Nonostante i personaggi omosessuali, la loro storia sembrava una perfetta sintesi di qualsiasi relazione amorosa che si possa vivere ai giorni nostri. Un grande film, firmato da quel regista che per presentare Cous Cous al festival di Venezia qualche anno fa sembra che sia stato obbligato dall’allora direttore Marco Mueller a tagliare almeno una mezz’ora (Kechiche ama i film corposi, anche La vie d’Adéle è di tre ore). “ “Una grande storia d’amore, che per noi spetattori è stato privilegio veder nascere, tramontare e svilupparsi in ogni dettaglio. Siamo rimasti stregati da queste attrici formidabili dìed  il fatto che negli Stati Uniti potrebbe essere censurato non poteva né doveva diventare un criterio del nostro giudizio anzi, spero che questa pellicola possa esser vista ovunque e se uscisse nel mio Paese che abbia molto successo!” ha spiegato Steven Spielberg parlado del premio.

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I Coen hanno giustamente vinto un premio. Nessuno si sarebbe scandalizzato se fosse stato Palma d’oro, è invece il Gran Prix e forse va bene così. Inside Llewyn Davis (qui la recensione) è un bellissimo film, ma non il loro migliore. La sceneggiatura di A touch of sin di Jia Zhangke, uno di quei nomi più da festival che da botteghino (Leone d’oro a Venezia nel 2004 con Shijie). Il premio della giuria è rimasto in Asia, ovvero in Giappone, per quel Like Father, Like Son che alcuni davano per favorito. Al bellissimo (non quanto A Separation, ma comunque parliamo di un grande film) Le passée di Asgahr Farhadi è andato il premio alla migliore attrice, quella Bérènice Bejo che era stata candidata all’Oscar per The Artist e che qui ha una bella parte (ed il film doveva avere qualche premio, se lo meritava), mentre al vecchio e bravissimo Bruce Dern del “carino” Nebraska è andato il premio per l’interpretazione maschile, altro riconocimento che ci sta senza scandalizzare nessuno. Niente a La Grande Bellezza di Sorrentino, buon film che però ha anche i suoi punti bassi e che come tale o si ama o si odia e niente a Borgman, uno dei film più sorprendenti del festival, forse vero e unico deluso, a ragione, da questa lista altrimenti giusta. Per una volta bisogna fare i complimenti alla giuria.

Anche quest’anno ScreenWeek è stato al Festival di Cannes per raccontarvi tutto il cinema d’autore e gli eventi della Croisette. Potete trovare tutte le nostre recensioni nella nostra Sezione Speciale.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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