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Behind the Candelabra di Steven Soderbergh, la recensione da Cannes 2013

Di Andrea D'Addio

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“La differenza tra gli uomini e i ragazzi è nel prezzo dei loro giocattoli” – Liberace

Se è vero ciò che va dicendo da tempo Behind the Candelabra dovrebbe essere l’ultimo film da regista per Steven Soderbergh. Lui che negli ultimi due anni è andato ad un ritmo di due pellicole ogni dodici mesi dovrebbe aver detto basta alla settima arte, almeno da dietro la macchina da presa. Questo biopic su Liberace, celebre pianista di music hall gay americano degli anni ‘50, ‘60 e ‘70 (si esibì agli Oscar e per anni fu il musicista con il più alto cachet al mondo) e della sua relazione durata sei anni con il ben più giovane Scott Thorson, dovrebbe essere il suo testamento arttistico. Speriamo di no. Non perché si tratti di un film brutto, anzi, parliamo di una pellicola divertente, ben recitata, a tratti anche appassionata, però comunque molto convenzionale. Il fatto che a produrre sia il canale televisivo HBO e che negli Stati Uniti uscirà comunque direttamente sul piccolo schermo è un abbassamento di ambizioni che si avverte sia nella scrittura che nella regia. Strano che sia stato messo in concorso a Cannes.

Soderbergh è un grandissimo mestierante quando vuole (quando non vuole rischia di fare cose notevoli come Erin Brockovich così come cose brutte come Che) e qui fa giusto questo. Lo fa bene, riuscendo a tirare il meglio da un Michael Douglas al suo primo ruolo azzeccato da anni e da un Matt Damon che migliora ad ogni film (ormai è la settima volta che lavora con Soderbergh). Viene rispolverato persino Dan Aykroyd, di cui o si erano purtroppo quasi perse le tracce. Il film doveva essere realizzato nel 2008, ma fu rinviato a causa del cancro alla gola che aveva colpito Michael Douglas. È probabilmente vero che la ragione della mancata distribuzione cinematografica sia quella detta da Soderbergh durante un’intervista al New York Post “Il film era troppo gay per gli Studios”, ma è una considerazione che al giorno d’oggi sembra un po’ esagerata. Di film sui gay, anche estremi, non sono un tabù ai cinema. Liberace fu un gay che fece di tutto per nascondere la sua omosessualità così come la malattia che lo portò alla morte. Fu un peccato visto che il suo successo forse gli avrebbe consentito di sensibilizzare tante persone sul tema, ma è difficile giudicare le scelte di vita di qualcuno quando si tratta di cose così personali.

Voto: 3/5

3 palme

Anche quest’anno ScreenWeek è al Festival di Cannes per raccontarvi tutto il cinema d’autore e gli eventi della Croisette in diretta: trovate tutta la copertura nella nostra Sezione Speciale.

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