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Tutto mi parla di te, la recensione

Di Valentina Torlaschi

Tutto parla di te Elena Radonicich foto dal film 6

Diventare madri non è obbligatoriamente il momento più bello della vita di una donna. Anzi. La nascita di un figlio, la responsabilità di un essere indifeso che dipende totalmente da te, il fatto che la tua vita abbia irreversibilmente imboccato una strada senza inversione di rotta, tutto questo può pesare come un macigno. La maternità è ambivalente, è un evento d’amore carico di aspetti bui che genericamente vengono etichettati come “depressione post partum” e che la società, soprattutto italiana, fa ancora fatica ad accettare.
Da qualche anno, tuttavia, il cinema sta erodendo questo tabù, ed esempio ne sono il melodrammatico Quando la notte, il poco riuscito Maternity Blues fino alla divertente commedia francese Travolti dalla cicogna. Ora arriva anche Tutto mi parla di te, il primo film di finzione della documentarista milanese Alina Marazzi: un’opera che, seppure troppo cerebrale e fredda, è finora la miglior riflessione su questo tema del cinema italiano contemporaneo.

La storia di Tutto mi parla di te ruota intorno a Pauline (Charlotte Rampling): donna agée che torna nella sua Torino per uno studio sulle problematiche dell’esser madre e lì incontra la giovane Emma (la brava Elena Radonicich), ossia una mamma precipitata in un’apnea di solitudine e che fa fatica a spingere quella carrozzina troppo ingombrante.
Oltre a un coraggio di tematica, alla regista Alina Marazzi va riconosciuto un coraggio stilistico: il suo è un film raffinato, rigoroso, difficile, che mischia linguaggi diversi come l’animazione (i bellissimi inserti estranianti di breckttiana memoria di Beatrice Pucci), il documentario (le video-interviste fatte a madri vere presso consultori e associazioni), la fotografia (gli scatti di donne evanescenti di Simona Ghizzoni), materiale d’archivio. Peccato che il tutto non si misceli alla perfezione, o meglio, tutti i tasselli s’intersecano a livello di ragionamento ma l’emozione stenta ad arrivare. È come se la regista non abbia avuto piena fiducia nel mezzo scelto (la fiction) e abbia cercato di irrobustire il racconto con tante altre (bellissime ma discontinue) trovate di non fiction. La sceneggiatura ha poi una costruzione come troppo irrigidita sulla dimostrazione a tesi che cannibalizza il lato sentimentale del dramma. In particolare si fa fatica a essere coinvolti nei tormenti interiori del personaggio della Rampling che, per quanto magistrale nel recitare con lo sguardo, è vittima di silenzi troppo esasperati ed enfatici nonché di una recitazione in italiano inevitabilmente forzata.

Detto questo, Tutto mi parla di te è un’opera necessaria e importante. Ed è anche il naturale compimento di quel personalissimo percorso sulle contraddizioni e i misteri della femminilità iniziato dalla regista ormai una decina di anni fa con il delicato, struggente e splendido Un’ora sola ti vorrei in cui la Marazzi ricostruiva, attraverso fotografie e filmati di famiglia, il volto di quella donna mai veramente conosciuta: Liseli Hoepli. Ossia sua madre.

Tutto mi parla di te è uscito nelle nostre sale l’11 aprile distribuito da BIM.

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