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Cartoomics 2013 – Eric Powell presenta The Goon

Di Marlen Vazzoler

Sono passati quasi tre anni da quando per la prima volta vi abbiamo parlato del progetto per la creazione di un lungometraggio animato basato sul fumetto di Eric Powell pubblicato dalla Dark Horse, The Goon, in occasione del Comic-Con di San Diego del 2010. David Fincher, rimasto affascinato dall’opera, assieme ai produttori dello Studio Blur ha creato dei concept trailer ed ha dato vita ad una campagna su Kickstarter per la raccolta dei fondi necessari per la realizzazione di una story reel (ovvero l’intero film realizzato con dei concept art e un’animazione grezza, ndr.), da presentare ai vari studios, e lo scorso novembre l’obiettivo è stato raggiunto.
In Italia siamo stati in grado di leggere il fumetto prima tramite la Magic Press, e successivamente grazie alla Panini Comics che ha ristampato dall’inizio The Goon e, in questi giorni ha presentato durante il Cartoomics, il volume Chinatown, l’unica graphic novel realizzata su Goon e Franky, realizzata dall’autore durante una pausa tra il diciottesimo e il diciannovesimo volume della serie. L’uscita di questo nuovo numero è stata festeggiata grazie all’incontro tenutosi ieri al Live Stage del Cartoomics, in cui i fan hanno potuto incontrare Powell.

The Goon ha una genesi particolare, nasce come fumetto indipendente ed auto-pubblicato da te stesso. Come nasce, quali sono le origini da autore di The Goon?

Stavo lavorando ai fumetti da un po’, e non stavo riuscendo ad ottenere nessun pubblico, la mia carriera stava vacillando, ma sentivo che non avevo ancora lavorato ad progetto in cui potevo mostrare cosa ero capace di fare. Così ho creato questo mio fumetto, ed ho inserito e creato tutte le cose che mi piacciono, e mi piace disegnare dei tizzi grandi, grossi e cattivi, così ho fatto diventare il protagonista un tipo grande, grosso e cattivo.

Il fumetto si porta dietro tutto un immaginario ed una serie di comprimari, anche questi grotteschi, mostruosi. Ma il bello di The Goon, è che si tratta di un fumetto in cui si alternano fasi assolutamente leggere, da risate a crepapelle, a momenti molto drammatici. Da cosa hai tinto? Quali sono state le fonti d’ispirazione per la nascita di The Goon?

Fin dall’inizio ho impostato il fumetto in modo tale che potessi raccontare qualsiasi storia che avevo intenzione di raccontare. Così non ho mai visto quel mondo come se fosse limitato, o mi sono bloccato in un unico genere narrativo. E penso che tutto questo lo rende più divertente per i lettori, indipendente da quale libro leggano, perché non sanno mai dove andrà a parare la storia. Ci sono tanti libri che mi piacciono, ma dopo una ventina di numeri diventa abbastanza prevedibile quello che accadrà.

A che punto sei arrivato nella pubblicazione negli Stati Uniti?

Siamo arrivati al volume dodici, ma c’è anche il volume zero, quindi sono circa tredici volumi.

Visto che in sala c’è un po’ di gente che non conosce ancora The Goon, puoi raccontare il fumetto a chi non lo conosce?

È difficile, perché il contenuto della serie tocca diversi generi al suo interno, ma il succo è questo: Goon è un gigantesco picchiatore in un mondo pieno di mostri, ed è l’unica cosa che impedisce a questa città di essere sommersa dagli elementi sovrannaturali.

Quanto di te c’è in Goon, perché a volte sei simile al personaggio. E quanto oltre a Goon, c’è di Franky in te? Perché nel fumetto uno dei pilastri della storia è questo rapporto di profondissima amicizia tra Goon, questo tipo gigantesco e cattivissimo, ma cattivissimo fino ad un certo punto, e Franky la sua spalla, che è invece un tizio che spara volgarità a raffica, violentissimo, che vuole un bene dell’anima a Goon.

Spero che non ci sia in me troppo Franky, altrimenti finirei nei guai. Non lo so, ma penso che ci si mette sempre un po’ di se stessi in qualsiasi cosa. Recentemente ho fatto un libro, qui non è ancora uscito qui, ma negli Usa si, sulla zia di The Goon che l’ha cresciuto, che ho dedicato a mia nonna. Lei non mi ha cresciuto, ma l’affetto per mia nonna è stata l’ispirazione per quella storia. Mi capita molto spesso, specialmente nei volumi più seri di The Goon.

Ho notato, da fan di Will Eisner, che nel tuo lavoro c’è una sua fortissima influenza, sia nei caratteri grafici, che nell’uso dei titoli e dei font. Quanto è forte l’influenza di Will Eisner nel tuo lavoro?

Definitivamente Eisner è stato per me una grande influenza, in tutti i suoi aspetti: dal modo di raccontare, nel design, in molti dei wash (le mezze tinte, ndr.), Cerco di essere influenzato, di fare un omaggio con il mio lavoro, cerco di non imitarlo perché sarebbe un sacrilegio fare un’imitazione del lavoro di Eisner.

La serie regolare di The Goon andava avanti da un po’ di tempo. Ad un certo punto Eric hai deciso di raccontare qualcosa che è sempre stato accennato nella serie regolare, mai spiegato. A volte capitava che Franky dicesse a Goon ‘Devi smetterla di pensare a quello che è successo a Chinatown’, ‘Non lasciare che quello che è successo a Chinatown abbia ancora un peso sulla tua vita’. Ma fino a quando non hai deciso di far uscire Chinatown, noi lettori non sapevamo nulla di quello che era accaduto. Quello che rende unico questo volume e che nasce come graphic novel. Ti sei reso conto che per raccontare questa storia era necessario un formato narrativo diverso, una storia più lunga senza interruzioni. Da dove nasce Chinatown?

Fin dalla prima storia breve che ho scritto, ci sono stati dei riferimenti a Chinatown. Per me in qualsiasi buon fumetto noir che si rispetti, al protagonista della storia capita qualcosa di brutto a Chinatown. Fino a quel punto avevo realizzato diverse storie molto leggere, grottesche, un horror che strappava spesso delle risate. Sentivo che questa sarebbe stata la prima volta che, con un’improvvisa sterzata, cambiavo il contenuto con un tono più drammatico, ed ho sentito che l’unico modo per farlo era presentare una storia più grande, altrimenti non sarebbe stata presa seriamente.

Per questo motivo la prima pagina del volume comincia con la frase ‘Questa cosa non fa ridere’, una tua dichiarazione d’intenti?

Sì. Volevo che i lettori capissero immediatamente che questa sarebbe stata una cosa diversa. Così ho fatto quella prima pagina. Volevo farvi una domanda, perché non avete tradotta la frase in questa pagina nera?

Diego, della Panini Comics, ha spiegato che sono due i motivi per cui è stata fatta questa scelta:
-una veste grafica difficile da adattare, che volevano preservare il più possibile;
-in italiano non c’è una forma altrettanto potente, altrettanto immediata, in cui si può scrivere lo stesso concetto. Questa frase in inglese, ha una specie di sotto-sapore molto immediato, anche un po’ brutale, che in italiano si sarebbe perso con ‘non fa ridere’. Avremmo dovuto scrivere ‘questa storia non fa ridere’, ma sarebbe stata una cosa un po’ diversa.

Stanno preparando un film d’animazione su The Goon. Perché è stato pensato ad un film d’animazione e non a un live action?

Ero aperto a qualunque proposta, e il primo che ci ha approcciato è stato lo Studio Blur con un film d’animazione. Penso che l’unico modo per tradurre onestamente The Goon su pellicola, sia tramite l’animazione, perché il suo mondo è così strano. Ma mi sono dovuto preoccupare anche per il fatto che il pubblico americano non abbraccia l’animazione che non è rivolta ai bambini, quindi mi sono preoccupato un po’ di questo, ma sono venuti da me con David Fincher e mi hanno mostrato alcuni dei test d’animazione, e sono rimasto letteralmente colpito. Ed ho così tanto rispetto per il lavoro di David Fincher e la sua integrità che ho sentito che se qualcuno poteva farne un film animato, avrebbero potuto esserlo solo la Blur e David Fincher.

Qual’è stato l’impatto della collaborazione con David Fincher? Come siete entrati in contatto?

Fincher stava già lavorando con la Blur su alcuni progetti, stavano facendo i titoli per i suoi film (i titoli di testa di Millennium – Uomini che odiano le donne, ndr.), e Tim Miller, uno dei proprietari della Blur gli ha menzionato che erano davvero interessati a fare questo fumetto. Inizialmente avevano contatto Sam Raimi, per produrlo ma rifiutò e Fincher gli ha detto ‘Lo farò io, mi piace’. Così hanno iniziato a parlarne. Hanno approcciato la Dark Horse Entertainment, e me, e abbiamo avuto questo incontro, in cui sono rimasto impressionato da quanto terra a terra sia stato Fincher, ben lontano dal classico stereotipo della tipica star hollywoodiana.

Quando e come si è deciso che The Goon sarebbe diventato un progetto su Kickstarter? Un progetto abbastanza impegnativo che si è posto come obiettivo la raccolta di quasi mezzo milione di dollari, che è stata raggiunto.

Blur e Fincher hanno usato i loro soldi ed hanno fatto molti test d’animazione. Hanno cominciato a presentarli a diversi studio, assieme alla sceneggiatura, per ottenere dei finanziamenti e, abbiamo avuto diversi problemi perché in America i film d’animazione non diretti alle famiglie non ottengono un buon riscontro. Ogni volta che andavano in uno studio dicevano ‘Ah, è bello, è bello, mi fa impazzire ma non saprei a chi venderlo’. E poi abbiamo mostrato molto girato durante il Comic-Con di San Diego, quindi i fan erano a conoscenza di quello che stavamo cercando di fare, ed hanno notato che ci stavamo mettendo molto tempo per realizzarlo.
Così abbiamo cominciato a ricevere tutti questi commenti su iniziare il progetto su Kickstarter, e provare ad ottenere un finanziamento pubblico, ma ottenere i fondi per l’intero film non era realistico, non potevamo raccogliere 30 milioni di dollari. Ma Jeff Powell ha avuto questa grande idea di utilizzare Kickstarter per realizzare la story reel, che è praticamente una cruda animazione dell’intero film. Abbiamo preso un grosso rischio, perché se non fossimo riusciti a radunare 400mila dollari, diventava difficile sedersi con uno studio e convincerlo a finanziare un progetto che non era riuscito a raccogliere questo tipo di risultato dai fan. Fortunatamente siamo riusciti a superare il nostro obiettivo.

Cosa sta accadendo in questi mesi, a che punto sono con il progetto?

Hanno assunto gli artisti per i storyboard, al momento stanno facendo i disegni e gli storyboard. Fra non molto dovrebbe essere pronto l’intero film che faremo visionare ai vari studios.

Come ti senti nel vedere qualcun altro che interpreta un personaggio che finora hai disegnato soltanto tu?

Avendo scritto la sceneggiatura, e avendo seguito giorno dopo giorno, il processo creativo, non è come se l’avessi abbandonato nelle mani di qualcun altro.

Dove è ambientato The Goon, nella tua mente?

Non ho mai rivelato esattamente il nome della città, ed ho voluto che fosse un po’ ambigua, in questo modo la gente può vedere le caratteristiche della città che pensa, nel caso in cui si tratta di Chicago o di New York, o di un altro mondo. Voglio che i lettori riempiano i vuoti, con le loro idee, il proprio immaginario e che trovino la loro risposta, sia che si tratti di una realtà alternativa o meno. Posso definitivamente dire che la storia non è ambientata in Tennessee.

Il numero di The Goon presentato in fiera, Chinatown, è il sesto volume dell’edizione italiana. Prima della fine del 2013 la Panini pubblicherà altri due numeri.

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