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ScreenWEEK intervista Bradley Cooper, protagonista de Il Lato Positivo – Silver Linings Playbook

Di laura.c

Con ben otto nomination a suo attivo, Il lato positivo – Silver Linings Playbook è uno dei front runner dell’85ma edizione degli Academy Awards, che saranno consegnati a Los Angeles domenica 24 febbraio. A spiccare nella commedia, tratta da un romanzo di Matthew Quick, non c’è però solo la regia dell’apprezzato David O. Russell (già dietro la macchina da presa di The Fighter), ma anche le performance di un cast d’eccezione, capitanato dal protagonista Bradley Cooper. Un interprete che si è fatto conoscere soprattutto nell’ambito di commedie disimpegnate come il franchise di Una notte da leoni, ma che dopo la prova superata a pieni voti in Silver Linings Playbook e una candidatura come Miglior attore, sembra ora proiettato verso le massime vette di Hollywood. Ma lui non si scompone: con l’aspetto da bravo ragazzo, ci spiega come il mestiere dell’attore possa diventare a volte demoralizzante, ci parla delle sue origini italiane e della nomination all’Oscar, la prima per lui. Ma anche della magnifica esperienza che è stata interpretare il personaggio di Pat Solitano: un uomo affetto da bipolarità e impegnato in una lotta personale, ma esilarante, per superare la malattia con l’aiuto del padre un po’ burbero, Robert De Niro, e di una ragazza altrettanto problematica, Jennifer Lawrence. Ecco la nostra intervista a Bradley Cooper.

 

Questo film parla di un disturbo psichico ma senza demonizzarlo. Com’è stato rapportarsi a un tema così delicato?

B. C.: Ho imparato tantissime cose da Pat. Solo interpretando questo ruolo mi sono accorto di quanto poco sapessi sull’essere bipolare o maniaco depressivo. Mi sono chiesto come reagirebbe la mia stessa mente se le circostanze in cui vivo fossero diverse, perché il problema di chi soffre di questi disturbi è che i percorsi neurologici utilizzati per elaborare le emozioni sono completamente diversi. Nello specifico del mio personaggio, Pat non riesce a superare alcune esperienze che ha vissuto e questo lo distrugge e paralizza nell’esistenza di tutti i giorni. Mi sembra una situazione verso cui è abbastanza facile provare empatia: a tutti può capitare di non essere in grado di lasciar andare il passato, solo che per lui la difficoltà diventa talmente grave da rischiare di compromettere anche i rapporti sociali. Ma si tratta comunque di una condizione che lo rende estremamente umano, ed è per questo secondo me che il personaggio funziona così bene e permette agli spettatori di identificarsi con lui. La cosa bella del film è che spinge alla comprensione: se vedessimo un tizio del genere per strada probabilmente lo classificheremmo subito come bipolare e penseremmo che è molto diverso da noi. Il film ci fa capire che invece è un problema che può riguardare tutti, e per questo vale la pena di approfondirne un po’ la conoscenza.

 È stato difficile affrontare le scene di ballo insieme a Jennifer Lawrnece?

B. C.: In realtà è stato molto gratificante, e anche molto utile per capire la fisicità del personaggio. Ho realizzato come si doveva muovere Pat da come imparava a ballare. Le prime scene in cui è in sala prove con Jennifer Lawrence mi commuovono ancora oggi, perché lui ha un aspetto incredibilmente vulnerabile. È come se cercasse sempre l’appoggio e l’approvazione di lei, e penso che sia davvero bellissimo.

The Silver Linings Playbook Jennifer Lawrence Bradley Cooper foto dal film 1

Quando hai letto il copione, ti sei reso conto di che grande sfida e di che grande occasione sarebbe stata per te, dato che ti è valsa anche una nomination all’Oscar?

B. C.: Ho visto più la sfida che l’opportunità. Non so se avrei mai fatto un’audizione per questo ruolo, il che è folle dato che anch’io sono di Philadelphia, italo-irlandese e un tifoso sfegatato degli Eagle, come il mio personaggio. Però si tratta pur sempre di un ruolo particolare, un colletto blu con grandi problemi emotivi, e non mi sarei immaginato di interpretarlo. Per questo sono così grato al regista, David O. Russell, per avermi dimostrato fiducia e offerto una parte diversa da tutte quelle che mi hanno proposto fino ad ora. È un personaggio straordinario, tra i più interessanti dell’anno e sono contento che abbia ricevuto l’attenzione che meritava, a prescindere dal fatto che lo abbia interpretato io.

Quanto è diverso recitare in una commedia come Una notte da leoni e una come Silver Linings Playbook?

B. C.: Quello che conta è rendere reale il personaggio, la comicità viene dalla verosimiglianza, e ovviamente dall’interazione tra gli attori. È come suonare jazz, è una sorta di musica quella che nasce nel film tra il mio personaggio e quello di Tiffany. È una questione di matematica, di ritmo, ma anche di spontaneità. Prendete la scena di Una notte da leoni con la tigre nel bagno, nessuno di noi si è chiesto come renderla divertente. Tutti ci siamo comportati come pensavamo che avrebbero fatto i nostri rispettivi personaggi, e il risultato è esilarante.

Però Silver Linings Playbook è diretto in modo molto diverso rispetto a una commedia tradizionale. Com’è stato il lavoro con David O. Russell?

 B. C.: David ha diretto anche Amori e disastri, che è stato uno dei suoi primi film e una delle migliore commedie degli ultimi decenni. Credo che questa abbia altrettante battute e attimi divertenti, ma ci sono molti altri aspetti interessanti. Lo stile, in particolare, segue il ritmo e il punto di vista di Pat. All’inizio, anche la regia assume una sorta di andamento bipolare, con un montaggio molto serrato. Poi arriva Tiffany è il ritmo comincia progressivamente a rallentare, a calmarsi. È stata una scelta precisa, il regista ha voluto che il livello visivo del film richiamasse quello narrativo. Ma una decisione come questa non ha a niente a che fare con il genere, bensì con il modo in cui David voleva raccontare questa storia. Così come The Fighter non era un film sul pugilato, ma sulla famiglia, questo non è sulla malattia mentale bensì sulle persone, e su come sopravvivere a una serie di circostanze. Tra queste c’è di sicuro la morte, la malattia che ti isola dagli altri ma anche temi come la crisi del 2008, che ha fatto perdere il lavoro a moltissime persone.

Cosa ti è piaciuto di più del tuo Pat?

 B. C.: Prima di tutto, il fatto che fosse un personaggio assolutamente nuovo, originale e ricco, da tanti punti di vista. Mi è piaciuta la sua profondità, l’emotività, la sua totale mancanza di filtri, il suo modo di esprimersi attraverso la fisicità, anche quando ritenuto inopportuno dagli altri. Inoltre è una persona che sa imporsi, così come sa essere molto infantile e al tempo stesso molto maturo. È quel tipo di ruolo che qualsiasi attore sogna di interpretare almeno una volta nella vita.

 

Una delle particolarità del film è anche il modo originale e privo di pregiudizi in cui racconta la psiche femminile, attraverso il personaggio di Tiffany.

B. C.: Penso che nel film non si facciano grandi distinzioni tra psiche maschile o femminile. Il punto è ritrarre esseri umani: Pat e Tiffany sono prima di tutto persone che sono state messe in un angolo. Lui soffre di un disturbo bipolare, lei è una sorta di sgualdrina svitata che ha avuto rapporti con chiunque nel suo ufficio. Normalmente verrebbero etichettati e messi da parte, mentre questo film permette di passare del tempo con loro e di vederli con occhi diversi, cioè quelli di Pat. In questo modo rivela le loro dinamiche interiori e avvicina il pubblico, perché lo fa in modo davvero autentico. Le persone, in fondo, cercano sempre le somiglianze con gli altri: gli stereotipi nascono quando si disumanizza, quello che fa questo film è restituire l’umanità a Pat e Tiffany rappresentandoli in modo sincero.

Che effetto ti fa comunque la nomination agli Oscar e il fatto che molti altri membri del cast l’abbiano ricevuta?

B. C.: È meraviglioso e il fatto che tutti e quattro gli attori principali siano stati candidati nelle loro rispettive categorie dice molto del livello del regista. Sono davvero fiero di questo film e del lavoro che abbiamo fatto. Mi fa molto piacere che abbia avuto tutti questi riconoscimenti perché lo merita davvero.

Cosa ne pensi invece del successo che hai raggiunto negli ultimi anni?

B. C.: Non credo di essermi montato la testa e, onestamente, è il mestiere dell’attore che non ti permette di farlo. Anzi, credo proprio che spinga all’umiltà. D’altra parte, quando ti senti troppo sicuro di te, basta un giro su internet a smontarti in pochi secondi. Questo succede solo nel nostro ambiente, non penso che normalmente, che so, un impiegato di banca torni a casa con sua moglie che gli dice: “Guarda cosa scrivono di te”. La nostra è una professione basata sul rifiuto. Molti sostengono che gli attori abbiano un ego piuttosto accentuato, ma questo è davvero falso. Siamo tutti costantemente sottoposti a rigetto, delusioni e critiche. Nessuno, nemmeno a Hollywood, ne è esente.

Com’è stato lavorare con Robert De Niro e averlo come padre sul set?

B. C.: A livello personale, ha significato molto per me poter dire ancora una volta “papà”. Poterlo dire a lui è stata una benedizione. Dal punto di vista professionale, recitare come lui è come giocare a basket con Michael Jordan, tra l’altro in una partita molto difficile. Le scene di Pat col padre erano davvero impegnative, ma come attore è stato un sogno interpretarle.

La tua famiglia ha origini italiane, ce ne puoi parlare?

B. C.: Sì, sono italo-americano per una parte, mentre mio padre era irlandese. Ma fu praticamente adottato dai parenti di mia madre e così sono cresciuto con la parte italiana della famiglia. Questo vuol dire che a me sembrava la cosa più ovvia del mondo avere i nonni in casa, sentire parlare italiano in cucina, mangiare sempre tutti insieme, avere caffè o tè a disposizione 24 ore su 24. Mi ricordo anche che erano tutti dei gran lavoratori, mi ricordo ovviamente il cibo e la musica. Da me c’era sempre l’opera, e il tenore Mario Lanza, che è di Philadelphia e aveva anche interpretato Caruso, era un vanto per noi come per tutti gli italo-americani in città. Queste sono alcune delle cose con cui sono cresciuto e che pensavo fossero d’ordinaria amministrazione, salvo poi scoprire che invece sono caratteristiche solo di una parte dell’America e in particolare di alcune comunità di immigrati.

 

Il lato positivo – Silver Linings Playbook è già uscito nei cinema americani a novembre mentre in Italia approderà il 7 marzo. Per rimanere aggiornati sul film seguite le nostre News dal blog.

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