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Berlinale 2013 – Before Midnight, la recensione del film con Ethan Hawke

Di Andrea D'Addio

Before Midnight Ethan Hawke Julie Delpy Foto Dal Film 02

Vienna, Parigi ed ora una piccola cittadina del Peloponneso vicino a Kalamata. Sono passati diciotto anni da Prima dell’alba, nove da Prima del tramonto e Jesse (Ethan Hawke) e Celine (July Delpy) sono ancora lì a chiacchierare ed amarsi come se non ci fosse nient’altro di meglio dalla vita. E forse è davvero così, almeno se si sa apprezzare la brillantezza dei loro dialoghi, considerazioni mai banali che si rincorrono l’una sull’altra scavando e sovrapponendosi, aprendo parentesi mai banali, frutto di esperienze che ormai non sono solo loro: l’amore che li lega lo abbiamo vissuto anche noi attraverso le pellicole, sappiamo dove e come è nato e vederlo rievocare tra un inciso e l’altro non fa che rendere il tutto più vicino, come se questa relazione, in qualche modo, appartenesse un po’ anche a noi.

E’ proprio questo sensazione di familiarità ciò che rende Before Midnight un film amabile dall’inizio alla fine della sua durata. Sono cresciuti i personaggi così come lo sono i loro ragionamenti: quanto può durare un amore? C’è una data di scadenza ed i figli quanto cambiano gli equilibri? Cosa significa stare assieme dopo tanto tempo? Come al solito la sceneggiatura scritta dal solito trio Hawke, Delpy e Linklater (che ne è ancora anche il regista) viaggia alto, pemettendosi di citare ironicamente figure come Lech Walesa e Vaclav Havel come se fosse nulla fosse. Arrivati al terzo film strutturato allo stesso modo non ci si può lamentare che ci siano troppe parole e che la camera in molti casi sembra semplicemente seguire i due protagonisti: il format ormai e questo e, a suo modo, funziona. Linklater segue il tutto con il suo grandissimo mestiere, mette in risalto le performace sia degli attori principali (con una Delpy più carismatica di Hawke) che di quelli di contorno (basti vedere la bellissima sequenza a tavola). Forse bisognerà aspettare altri nove anni per vedere un quarto capitolo, ma ne varrebbe senza la pena

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