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Frankenweenie, la recensione in anteprima del film di Tim Burton

Di Filippo Magnifico

Frankenweenie immagine dal film 24

Tim Burton è tornato. Non che se ne fosse mai andato, sia chiaro, ma è inutile negare che nelle sue ultime pellicole mancava quello spirito che aveva animato i suoi esordi cinematografici (e non solo). La sua firma era presente e sempre in evidenza, ma sembrava ogni volta soccombere sotto il peso della responsabilità che ogni regista importante deve sopportare con il passare degli anni, trovando la massima esaltazione (del tracollo) in quell’Alice in Wonderland che aveva deluso gran parte di pubblico e critica. Molti avevano attribuito le cause di questo periodo buio al sodalizio nato tra il regista e la Disney, ma la verità è che era stato possibile riscontrarlo già molto tempo prima e, oltretutto, se il motivo fosse stato sul serio questo anche Frankenweenie avrebbe dovuto subire la stessa sorte. Ma così non è.

Nel momento stesso in cui questo lungometraggio è entrato in fase di produzione Tim Burton ha voluto precisare che si trattava di un progetto a cui teneva particolarmente, prima di tutto perché rappresenta la nuova versione di una storia che aveva precedentemente raccontato in un cortometraggio datato 1984; in secondo luogo perché, soprattutto per i temi trattati, ruota attorno ad un universo (cinematografico) che, inutile dirlo, è sempre stato tra i suoi preferito. E la cosa si vede.
Allo stesso modo dell’incredibilmente sottovalutato Ed Wood (a parere di scrive il suo film migliore), anche Frankenweenie si presenta come un’intensa dichiarazione d’amore nei confronti della settima arte. Lo si capisce dallo splendido incipit, che sembra riproporre i fasti del peggior regista della storia del cinema interpretato da Johnny Depp nel 1994, ma anche da ogni singolo momento del film, che presenta in un modo o nell’altro una citazione nei confronti di alcuni classici imprescindibili del cinema horror.

Frankenweenie immagine dal film 11

A quasi 30 anni di distanza dal quel cortometraggio che ha rappresentato il suo esordio nel mondo della settima arte (regalandogli oltretutto una nomination all’Oscar), Tim Burton si è trovato a riflettere su quel percorso che l’ha portato fin qui, dando vita ad un’opera che, chiudendo un ipotetico cerchio, ripercorre frame dopo frame il suo cinema migliore. La cittadina in cui è ambientata la storia sembra essere la stessa di Edward Mani di Forbice, come anche i suoi abitanti; la giovane Elsa, amica del protagonista Victor ha praticamente lo stesso look (e la stessa voce) di Winona Ryder in Beetlejuice; lo stesso cast vocale della versione originale del film, composto da nomi come Martin Landau e Catherine O’Hara, sembra essere stato scelto in funzione di un percorso cinematografico all’insegna del ricordo. Il tutto calato all’interno di un’estetica votata al più puro gusto retrò, volutamente grezza e per questo più affascinante che mai e popolata da una serie di freak nostalgici talmente ben caratterizzati che è impossibile non voler bene ad ognuno di loro.

Frankenweenie rappresenta il giusto compromesso tra l’opera cinefila per eccellenza e il cosiddetto svago cinematografico e dimostra ancora una volta, per chi non lo avesse capito, che il cinema di animazione (in questo caso la suggestiva tecnica dello stop motion) non deve essere per forza relegato ad una determinata fascia di pubblico. Al contrario, sono proprio i più grandi, soprattutto quelli cresciuti a pane e cinema, che potranno apprezzare ogni sfumatura di questa storia, godendo allo stesso tempo della vitalità e della spensieratezza di un cagnolino animato (e rianimato) come Sparky.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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