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American Horror Story Asylum, il commento al finale di stagione

Di emanuele.r

Attenzione: l’articolo contiene spoiler

Giunge alla conclusione la 2^ stagione di American Horror Story, dal titolo Asylum, dopo 13 episodi di follia in tutti i sensi. Alti e (soprattutto nella prima parte) bassi, che culminano con un finale fin troppo perentorio nel chiudere senza ambiguità linee narrative non proprio chiare, che sull’ambiguità si sono fondate.

Centro dell’episodio, dal titolo Madness Ends (la follia finisce), è Lana che in un’intervista rilasciata al giorno d’oggi racconta i retroscena che 30 anni prima la portarono a smantellare Briarcliff, che fino hanno fatto i loro abitanti, le verità tenute nascoste. E intanto il figlio la cerca per chiudere i conti con lei.

Scritto da Tim Minear e diretto da Alfonso Gomez-Rejon, Madness Ends è concepito come un epilogo, ossia la chiusura definitiva, staccata dalla narrazione principale, di un racconto che in 13 episodi ha cambiato direzione anche troppe volte, e che in questa chiusura cerca una dimensione di pathos che non le si addice troppo.

Aperto dalla sequenza con cui si apriva la stagione, solo vista dal punto di vista di Johnny, il nuovo Blood Face, l’episodio si struttura attorno a un’intervista a Lana in cui oltre a raccontare cosa successe da quando decise di tornare a Briarcliff per farla chiudere (tornando a ispirarsi al Corridoio della paura di Fuller), aggiorna lo spettatore sulle disavventure dei vari personaggi. Da Jude, il cui vero nome è Betty Drake, che Kit accoglie in casa per donarle di nuovo la normalità, allo stesso Kit e al rapporto coi figli in contatto con gli alieni, dal suicidio di monsignor Howard per ciò che è successo sotto la sua direzione fino alla resa dei conti con Johnny, che Lana cercò per anni.

Se la struttura è troppo riepilogativa per reggere la suspense di un intero episodio, sarebbe meglio concentrarsi sui singoli segmenti: e mentre quello con protagonista Jessica Lange risulta emozionante, anche se non soprattutto per via della grande attrice, gli altri sembrano far parte di una serie diversa per toni narrativi, impatto visivo e scelte visive. Solo il finale tra Lana e Johnny, con la madre che spara al figlio dopo averlo disarmato, e il sottofinale in cui si rivela l’ambizione che spinse Lana a farsi ricoverare per tirarne fuori un articolo, ha la tensione che ci si aspetta da American Horror Story, con quei virtuosismi stile anni ’70 che caricano di pop l’anima dello show, il resto cerca uno spirito “conciliante” che dalla serie di Murphy e soci non ci aspettavamo. E che sancisce la delusione per una serie che, tranne qualche episodio della seconda parte, non ha saputo mediare tra oltraggi visivi e interesse del racconto. Sarà per la prossima stagione.

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