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Torino 2012 – Shadow Dancer, la recensione del film di James Marsh

Di emanuele.r

Da un regista conosciuto, amato e premiato (con l’Oscar) per i documentari come James Marsh, non ci si aspetterebbe che l’esordio nel cinema di finzione avvenga con un thriller. Ma Shadow Dancer, film presentato in Festa mobile al Torino Film Fest 2012, è la conferma di un talento che travalica le forme e i generi scelti per fare cinema.

Collette proviene da una famiglia di Belfast legata all’Ira  Quando viene arrestata a Londra per un fallito attentato si trova davanti a un bivio: finire in galera per venticinque anni o diventare un’infiltrata dei servizi segreti britannici? In ballo non c’è solo la sua libertà ma il rischio di perdere suo figlio. Messa alle strette, decide di collaborare: tornata a Belfast, dovrà spiare i suoi familiari. Stretta tra la vergogna di sentirsi una traditrice e le profonde riserve morali che la tormentano, Collette può contare solo sull’aiuto di Mac, l’agente dell’intelligence che l’ha arrestata. Ma come sopravvivere in un mondo che non distingue tra bene e male e gli intrighi sono all’ordine del giorno? Scritto da Tom Brady, Shadow Dancer è un thriller spionistico a sfondo “storico” (è ambientato nel ’93) raccontato come un dramma familiare, un film di Sidney Pollack che incontra il grugno di Ken Loach.

Prima del giorno del Venerdì santo in cui IRA e governo inglese sancirono un accordo, il film racconta dai due lati della barricata un poliziotto e una terrorista i cui mondi stanno per finire, che la fine della guerra sta mettendo ai margini e che i contesti da cui sono circondati stanno facendo fuori: due soldati che sono tali solo quando la guerra è in corso e che si ritrovano a dover fare i conti con il crollo delle proprie certezze. Girato con stile realista e fotografia sgranate come il cinema operaio del Regno Unito ci insegna, Shadow Dancer è una storia di suspense che è soprattutto una storia di dilemmi morali – quelli che spesso contrassegnano un buon racconto – tra andare contro se stessi o contro la società, tra salvare le apparenze o salvarsi la vita.

La bontà della sceneggiatura si riscontra nella densità dei personaggi e nella complessità del racconto, quella della regia invece nella scioltezza con cui il registro della suspense e quello della riflessione psicologica s’intrecciano, nel calibro con cui ritma il racconto, nella crudezza con cui sceglie strade per nulla scontate. Shadow Dancer è un film inatteso, ma nemmeno troppo, prova di come la palestra del cinema del reale sia anche la strada per la narrazione ad alti livelli che il volto luminoso di Andrea Riseborough e la solidità di Clive Owen suggellano ancora di più.

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