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Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore, la recensione in anteprima

Di Filippo Magnifico

Moonrise Kingdom Jared Gilman Kara Hayward foto dal film 2

Ci troviamo nel New England, negli anni ’60. Sam e Suzy, due ragazzi problematici, vengono colpiti dal cosiddetto colpo di fulmine e decidono di fuggire insieme, all’insaputa di tutti, per coronare il loro sogno d’amore. La cosa allarma l’intera cittadina in cui vivono, che si mette all’opera per ritrovarli. I due però non hanno alcuna intenzione di separarsi e sono pronti ad affrontare ogni avversità.

Wes Anderson ha sempre guardato il mondo che ci circonda con gli occhi di un bambino. Basta dare uno sguardo alle sue pellicole per rendersi conto di quanto quell’estetica patinata e al tempo stesso accademica risponda a delle regole ben precise, che sono tipiche dell’età giovanile e risultano affascinanti proprio perché legate ad ognuno di noi. Il suo universo è sempre stato popolato da personalità eccentriche e in preda alle più svariate ossessioni, il più delle volte mai concrete.

Che si tratti di viaggiatori, ricercatori marini, esploratori, le figure da lui descritte si sono sempre mosse alla ricerca di un qualcosa, che in un modo o nell’altro li portasse alla scoperta di loro stessi. Moonrise Kingdom, la sua ultima fatica, non è certo da meno, solo che in questo caso il regista ha deciso di mettere al centro della sua storia due protagonisti che bambini lo sono sul serio, ottenendo come risultato quella che si potrebbe benissimo definire la sua pellicola più riuscita.

Giovani e bravissimi, Jared Gilman e Kara Hayward ci vengono mostrati come l’emblema supremo di un paradosso su cui pone le basi l’intera vicenda. All’interno dell’universo descritto da Wes Anderson, infatti, adulti e bambini hanno ruoli invertiti. Immaturi i primi e decisamente più assennati i secondi (non solo i due protagonisti, ma tutti i ragazzi che intervengono nella trama), impegnati ad imbarcarsi in una storia che non tralascia niente, citando i generi più svariati (tra cui il western, che ricorre più spesso) e regalandoci quei momenti di pura regia, diventati con il passare del tempo un segno distintivo delle opere di quest’autore.

Moonrise Kingdom usa l’eccesso come un vero e proprio leitmotiv (mostrando ad esempio gruppi scout che potrebbero fare invidia ai Marines), proponendoci quell’estetica barocca che, nelle mani di Anderson, è sempre stata in grado di trasformarsi in poesia. Ma mai come questa volta.


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