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27 novembre 2012 • 17:29 • Scritto da Filippo Magnifico

Torino 2012 – ScreenWEEK intervista Filippo Timi e il resto del cast di Amleto²

La redazione di ScreenWEEK ha incontrato Filippo Timi e il resto del cast di Amleto², presentato nella sezione “Festa Mobile” dell’edizione 2012 del Torino Film Festival. Ecco la nostra intervista...
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Ieri Amleto² è stato presentato alla stampa, nella sezione “Festa Mobile” dell’edizione 2012 del Torino Film Festival. Diretto da Felice Cappa, il film porta sul grande schermo, in 3D, lo spettacolo teatrale scritto e interpretato da Filippo Timi.

Una rivisitazione del dramma shakespeariano immersa nella contemporaneità, folle, irriverente, dotata di una forte passione erotica e intrisa di un umorismo per certi versi fanciullesco ma molto coinvolgente. L’Amleto protagonista di questa storia non si lascia mancare niente, è un figlio del nostro periodo e come tale ingloba al suo interno i pregi e i (molti) difetti della nostra società.

Abbiamo incontrato Filippo Timi per parlare di questo progetto cinematografico e teatrale, che vedremo prossimamente in televisione sia in 2D che in 3D. Con lui c’erano anche Luca Pignagnoli, Marina Rocco ed Elena Lietti, anche loro interpreti di questo spettacolo.

Come mai si è deciso di trasformare questo spettacolo in un film? E perché proprio in 3D?

[Filippo Timi] Prima di tutto per tradirmi, perché adoro tradirmi. Secondo me è una forma di saggezza, di essere svegli. In 3D perché è l’esasperazione del fallimento di un’operazione del genere. Il 3D ti dà l’impressione di prendere il corpo, di acchiapparlo. Invece proprio in quella presunzione te lo svuota. Ed è proprio questo il senso specifico dello spettacolo, del mio lavoro su Amleto. Quando [Felice] Cappa mi ha parlato del fallimento della presunzione del 3D mi si è accesa una cosa…

In che senso Felice Cappa ti ha parlato della presunzione del 3D?

[Filippo Timi] Mi ha detto che gli sarebbe piaciuto riprendere lo spettacolo in 3D proprio per questi motivi. Il 3D è un tradimento, è presuntuoso, sembra che acchiappi il corpo ma fallisce nel tentativo. Non lo prende, anzi lo disperde. Quindi è un fallimento, ed è la ripresa di un fallimento nel godimento più totale. Lo spettacolo in fondo è questo. Ha una dimensione ludica molto divertente, ma fondamentalmente è incentrato sul fallimento.

Come nasce questo spettacolo?

[Marina Rocco] Nasce da Filippo, dalla sua capacità di vedere le persone e di voler scrivere per le persone. Nasce dalla sua mente fantasiosa .

Una sorta di flusso di coscienza?

[Marina Rocco] Quando Filippo comincia a scrivere è un flusso. Ascoltando i monologhi lo si capisce subito, non esiste uno schema. Molte volte neanche lui sa come gli vengono in mente certe immagini.

[Luca Pignagnoli] Lui ruba tutto da qualsiasi situazione. Se gli racconti una piccola cosa, se vede un film… Filippo è in grado di trovare nuova ispirazione.

Quanto spazio è stato lasciato all’improvvisazione?

[Luca Pignagnoli] Un bel po’. Filippo è una persona che si annoia molto facilmente, quindi anche le sue creazioni cambiano molto facilmente. Durante questo tempo la stessa messa in scena è cambiata, si sono aggiunte delle cose, se ne sono tolte altre…

[Marina Rocco] Nella creazione dello spettacolo tantissima. È un processo che non finisce mai. Nello spettacolo ci sono monologhi che credo di aver fatto in 30 modi diversi.

Una delle prime parole che viene in mente guardando questa pellicola è “Pop”, nel senso più artistico del termine. La figura di Amleto viene destrutturata e ricomposta e durante questo passaggio viene caricata di una serie di connotati tipici del nostro periodo…

[Marina Rocco] È un contenitore di tutto quello con cui siamo cresciuti.

[Elena Lietti] C’è però una serialità nel pop che non è presente nell’opera di Filippo, che è contemporanea, è interessata a quello che sta succedendo qui, ora. A Roma ci hanno definito una compagnia rock.

[Filippo Timi] Non ci avevo mai pensato. Citando Deleuze direi che “per essere storici bisogna essere contemporanei”. Io non mi sento pop, mi sento contemporaneo. Shakespeare quando scriveva Amleto era contemporaneo nel suo tempo. Perché dovrei mettere da parte il mio contemporaneo? Questo è lo spettacolo più politico che abbia mai fatto. Proprio perché non parlo di politica. Ma essendo contemporaneo mi trascino dietro la situazione in cui viviamo, con i suoi casini e i suoi vizi. Il potere può portare solo a due strade: alla santità o alla dittatura. Amleto non ha né l’aspirazione di diventare santo e né il cinismo per diventare un Caligola. Si trova nel mezzo, come tutti noi.

Quindi il tuo Amleto è un uomo medio?

[Filipo Timi] Alla fine sì.

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