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Torino 2012 – Maniac, la recensione del film con Elijah Wood

Di emanuele.r

L’originale degli anni ’80 di William Lustig era un film malato e morboso, sudicio come il suo protagonista Joe Spinell. Il remake di Maniac invece, presentato a Torino 2012 nella sezione Rapporto confidenziale, cambia strada da subito, con la scelta dell’angelico Elijah Wood come protagonista e l’idea di girarlo tutto in soggettiva.

La trama è piuttosto fedele al primo film: Frank è il giovane e introverso proprietario di un negozio di manichini. Quando Anna, un’avvenente artista alle prime armi, si rivolge a lui in cerca d’aiuto per una mostra, la sua vita cambia: tra i due nasce un sentimento di amicizia che per Frank si trasforma da subito in ossessione. Ben presto il legame morboso lascerà spazio a qualcosa di diverso e inquietante, qualcosa di nascosto e radicato in profondità nella psiche del ragazzo: il bisogno di uccidere. Scritto da Alexandre Aja (anche produttore) e Grégory Levasseur, Maniac è un thriller violento che punta esplicitamente al horror e al gore, ma che dimostra di essere ben più di un mero esercizio di stile.

Aperto da un pedinamento che si chiude con coltellata sotto la mascella e scalpo della vittima – tanto per dare idea di che film ci troveremo davanti -, quello di Franck Khalfoun è un film che attraverso un personaggio solitario e disturbato, di cui conosciamo fin da subito le attitudini atroci e le devianze, riflette sulla solitudine, sul dolore dei rapporti di coppia: usando la soggettiva come fece Carpenter per Halloween e tenendola per 90′, il film costringe lo spettatore – specie il maschio eterosessuale – a identificarsi con il mostro, mettendo a nudo l’ossessione feticista per il corpo femminile propria dell’uomo.

Ne viene fuori un film lancinante e doloroso dietro la patina di slasher al sangue, in cui bisogna innanzitutto complimentarsi con Khalfoun per l’acume con cui ha ribaltato il solito filmetto tecnico in qualcosa di migliore, e con gli sceneggiatori per aver aggiornato in maniera notevole il cinema anni ’80 (con tanto di synth-pop in colonna sonora), costruendo bei personaggi, lavorando sul rimosso e arrivando a un gran finale che mozza il fiato. Perfetto Wood, splendida (e azzeccatissima scelta di casting) Nora Arnezeder: finalmente un remake che ha un senso.

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