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Torino 2012 – Imogene, la recensione in anteprima

Di emanuele.r

Dopo Le amiche della sposa, il nome di Kristen Wiig è facilmente associabile a un certo tipo di commedia, che declina al femminile le trovate del Saturday Night Live. Ma Imogene, il nuovo film della coppia Shari Springer Berman e Robert Pulcini, dimostra che la vena dell’attrice, spesso anche produttrice e sceneggiatrice (ma non qui) conosce anche altre sfumature.

Il film racconta della ragazza del titolo, una drammaturga dall’avvenire incerto che dopo l’abbandono del fidanzato, perde tutto, tanto da fingere un suicidio per riconquistare il suo uomo. Ma dando per vero il tentativo, i dottori le consigliano di tornare al paese nativo, dove ritrovare gli affetti che voleva abbandonare, come quello della madre. Scritto da Michelle Morgan, Imogene è una tipica commedia al femminile piena dei topoi del cinema americano degli ultimi anni, come la perdita del padre, il ritorno alle radici, la retromania.

Aperto da una curiosa ma del tutto ornamentale soggettiva di Imogene adulta, dopo che da bambina rifiuta il ruolo di Dorothy nel Mago di Oz, il film prende a modello un personaggio che guarda alla Carrie Bradshaw di Sex & the City per rileggerla in chiave provinciale, per raccontare l’eterno – e pure un po’ vecchiotto – ritorno alle radici buone e sane dell’America rurale, delle famiglie scombiccherate ma sincere, dei ragazzi di campagna ma con l’animo d’artista e via dicendo, mettendo in fila tutta una serie di stereotipi che non possono che chiudersi, molto americanamente, con crescita e successo.

Quello che però funziona di Imogene è nella sceneggiatura più accurata della media, nei personaggi meglio composti e descritti e nei dialoghi, nella rinuncia a facili effetti comici e a un umorismo più sorridente e delicato. Resta però il fatto che dopo il bellissimo American Splendor, Berman e Pulcini non si sono più ripetuti a quel livello e qui arrivano forse al film meno interessante della loro carriera, pieno di abusati riferimenti alla musica degli anni ’90, specie quella poco colta del New Jersey (Bon Jovi su tutti, ma anche la bella Glory Days di Springsteen), e piccole banalità una dietro l’altra. Il cast non fa una piega, Wiig sempre più brava, Darren Criss regge fuori da Glee e Annette Bening ormai specializzata (a Torino la rivedremo in panni simili in Ruby Sparks), ma allo spettatore manca il guizzo, per tutta l’ore e 40 di film.

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