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Torino 2012 – Ginger & Rosa, la recensione in anteprima

Di emanuele.r

Conosciuta per film sperimentali e non sempre riusciti nonostante le ambizioni, Sally Potter torna dopo tre anni dal discutibile Rage con un film diversissimo, scelto dal Torino Film Fest 2012 come opera di chiusura: Ginger & Rosa.

Nella Londra del 1962 Ginger e Rosa, adolescenti inseparabili, si sentono oppresse dalle rispettive madri, che considerano meschine, per quanto siano molto diverse: Anoushka, la madre di Rosa, è single e dall’aspetto dimesso, mentre Natalie, madre di Ginger, è una seducente pittrice frustrata, sposata con il pacifista Roland. Sarà proprio questa inusuale figura paterna, romantica agli occhi delle due ragazze, a incoraggiare la figlia alla poesia e alla politica, sullo sfondo della crisi dei missili di Cuba, ma anche a causare la prima frattura tra le due, complice l’attrazione di Rosa nei confronti dell’uomo. Scritto dalla stessa Potter, Ginger & Rosa è un dramma storico e politico che racconta la storia di un rapporto femminile attraverso le piccole e grandi rivoluzioni della storia inglese.

Più che un period drama tipico, il film è un racconto personale in cui gli avvenimenti storici servono semplicemente da specchio, in cui il raffronto tra l’idealismo radicale di Ginger e il fatalismo religioso di Rosa non è una separazione politica, ma semplicemente il germe dello sviluppo psicologico di due amiche, che nel seguire strade di libertà, pensiero autonomo e libertà d’azione trovano anche il punto che le porta alla separazione. Ha un bel tocco Potter nel descrivere la borghesia inglese, è ironica nel trattare i cascami del marxismo, ma soprattutto è sensibile nel dare volto a un percorso che sempre più diventa il cammino personale di una donna che più delle bombe atomiche comincia a temere quelle umane.

La sceneggiatura è abile nel trasfigurare la paura del conflitto nucleare e la crisi missilistica in parallelo con la società adulta che non sa curare i propri figli e la regia dimostra un tocco che da Potter non ci aspettavamo, come nella dolorosa scena del rapporto tra Rosa e Roland sentito dal muro o la bella poesia finale sul perdono. Tocco che permette a Elle Fanning di calarsi in un personaggio non facile, solo un po’ tirato via nel finale, e alla debuttante Alice Englart di mostrare il suo fascino discreto e inquieto. Come film di chiusura di un festival, non c’è male.

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