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Torino 2012 – Citadel, la recensione

Torino 2012 – Citadel, la recensione

Di Filippo Magnifico

Dopo aver visto la moglie morire per mano di alcuni bambini incappucciati, il giovane Tommy (Aneurin Barnard) ha svilupato una forma particolarmente ossessiva di agorafobia. A tal punto che gli risulta difficile, se non impossibile, mettere piede fuori dalla porta di casa e, soprattutto, crescere la sua figlioletta, che è riuscita a salvarsi nonostante l’aggressione subita dalla madre. E passato un po’ di tempo dal tragico evento e Tommy sta cercando di riprendersi. Ma quelle misteriose figure incappucciate sembrano essere ancora interessate alla sua bambina.

In un periodo all’interno del quale il cinema di genere non se la passa certo bene, dove lo spettatore in cerca di qualche brivido deve accontentarsi di quelli messi lì, un tanto al chilo, da titoli come Paranormal Activity e affini, fa decisamente piacere trovare un film in grado di garantire quello che ogni horror dovrebbe fare a prescindere dal resto: spaventare.
Solo per questo Citadel, pellicola diretta da Ciaran Foy e presentata nella sezione “Rapporto Confidenziale” della 30° edizione del Torino Film Festival, dovrebbe meritare una nota di merito.
Le porte sbattono anche in questo caso, accompagnate da un campionario ben nutrito di rumori di sottofondo che non escludono assolutamente niente. Ma a differenza dei vari capitoli del franchise creato da Oren Peli funzionano, riuscendo a trasmettere nel migliore modo possibile sensazioni di paura e angoscia impossibili da ignorare.

L’agorafobia, motivo portante di questa storia, è rappresentata con una cura minuziosa per il dettaglio, cosa che decisamente rappresenta la marcia in più di questa pellicola. La storia di Citadel, infatti, non dice fondamentalmente niente di nuovo e presa così com’è potrebbe risultare anche abbastanza banale, ma è in grado di trasportare lo spettatore all’interno di una spirale emotiva decisamente efficace.
Bravissimo il protagonista Aneurin Barnard, scandagliato in maniera chirurgica da Ciaran Foy e rinchiuso all’interno di una serie di strette inquadrature che lasciano senza fiato lui quanto noi.

Unica nota dolente gli scarsi effetti digitali utilizzati sul finale, che se da un lato risultano fastidiosamente finti, dall’altro mettono in evidenza il budget limitato di questa produzione, alimentandone di conseguenza ogni pregio. All’horror, come anche al thriller, si chiede principalmente di trasmettere tensione. In questo caso la missione può dirsi compiuta.

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