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Torino 2012 – Blancanieves, la recensione del film di Pablo Berger

Di emanuele.r

Qualcuno vedendo Blancanieves, secondo film di Pablo Berger e candidato spagnolo per i prossimi Oscar, dirà sicuramente che si tratta della risposta iberica a The Artist. Anch’esso girato in bianco e nero e come un film dell’epoca del muto. Ma, oltre al fatto che l’idea è precedente ed è stata realizzata proprio grazie al successo del film di Haznavicious, il lavoro di Berger (fuori concorso al festival di Torino) è tutt’altro film.

Spagna, intorno al 1920. Rimasto vedovo quando sua figlia Carmen è ancora piccola, il famoso torero Antonio Villalta decide di risposarsi con Encarna. La donna, però, si rivela una pessima matrigna capace di trasmettere solo odio alla bambina. Una volta cresciuta e diventata una bellissima ragazza, Carmen scappa di casa unendosi a una compagnia di nani toreri e mettendo finalmente in pratica ciò che il padre le ha insegnato sull’arte della tauromachia. Scritto dallo stesso regista, Blancanieves è un melodramma puro, storia di amori impossibili e famiglie distrutte, che rilegge la fiaba dei Grimm alla luce della cultura e del folklore spagnoli.

E’ nell’uso che il regista fa dei mezzi tecnici e stilistici che ha scelto di usare che Blancanieves segna subito le sue differenze rispetto al film vincitore dell’Oscar 2011: più che la filologia, più che l’amore per un modo di fare cinema e per un’epoca, il film cerca l’espressività del cinema muto, il racconto puro attraverso i volti, le scelte di montaggio e regia, l’uso di musiche e inquadrature, le parole scritte, le atmosfere. Ecco così che Berger più che fare un omaggio al cinema come arte, e quindi come fine, gli rende tributo come mezzo e quindi ancora più universale; peccato, che giocando meno col cinema, i difetti e i limiti del narratore si vedono di più, a partire dalla difficoltà nel gestire i ritmi e i cambi di registro.

Blancanieves però si riscatta con un bellissimo finale che ribalta in modo straziante l’originale fiabesco e sa come affascinare lo spettatore con la pura forza delle immagini e, come si diceva, dei volti: soprattutto le tre protagoniste sono la luce che uno schermo vuole. La matrigna Maribel Verdù, la madre Inma Cuesta e la Biancaneve di Macarena Garcìa eliminano ogni bisogno di principi azzurri e domano l’occhio di qualunque spettatore.

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