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Roma 2012 – Sylvester Stallone parla di Bullet to the Head e del ritorno di Rambo!

Di Leotruman

Al Festival di Roma 2012 è il giorno di Sylvester Stallone e del suo Bullet to the Head, pellicola d’azione che segna il ritorno del grande regista Walter Hill (48 Ore) ed ha una sceneggiatura del nostro Alessandro Camon (nominato all’Oscar per The Messenger). Potete leggere il nostro commento a questo link.

Un film puro di genere, un action thriller che richiama i film degli anni ’70 e ’80 ma con il tocco del nuovo millennio. Una pellicola che ha convinto la stampa questa mattina alla proiezione e in conferenza abbiamo incontrato il regista, lo sceneggiatore e il mitico Sly!

Stallone ha anticipato tutti con un suo intervento. Ha raccontato nel suo settore è molto raro delle istituzioni, delle strutture iconiche come Cinecittà, gli storici studios di Roma che hanno dato vita ad innumerevoli pellicole e capolavori. “Ne ho visti molti di studios che compaiono e spariscono, e mi auguro che possiamo fare sopravvivere questo luogo perché tornerà più forte che mai” ha dichiarato Sky, che proprio a Cinecittà ha girato Daylight e Cliffangher.

Bullet to the Head Sylvester Stallone Foto dal Film

Ieri è stato accolto sia dal Campidoglio che dal suo pubblico nell’evento di Tor Bella Monaca (alla periferia di Roma). Un’accoglienza entusiastica, che cosa ha provato?

Stallone: È stato bellissimo potermi recare in questo quartiere, che è come quello dove io sono cresciuto. È come se stessi rivivendo il mio passato. So cosa provano questi ragazzi e cosa sentono. È stata un’idea fantastica. Sono passato da un luogo brutto ad uno bello, Hollywood, e ho detto ai ragazzi di non avere paura del fallimento. Saranno così più saggi una volta raggiunto il successo.

Hai interpretato moltissimi film, come ci si sente ad essere punto di riferimento per un’intera generazione? Se ne sente il peso?

S: Beh, si in un certo senso si, ma è un buon peso. Credo che quello che mi sia successo sia molto insolito. Come Rambo e Rocky, la possibilità di interpretare entrambi questi iconici ruoli. Una generazione ha fatto questo viaggio con me. In Bullet to the Head è come se riprendessi questi due personaggi e li mischiassi insieme grazie a Walter, in modo da poterli presentare alla nuova generazione.

Un grande film, una grande sceneggiatura, un’ironia stupenda, ma c’è anche uno sguardo sul mondo. Questo film è un tipico esempio per dire ad Hollywood che ci possono essere ancora film senza effetti speciali, puntando soprattutto sulla storia?

Walter Hill: Ogni film cerca di essere speciale, non stavo cercando di dire nulla ad Hollywood. Ho solo pensato che fosse una buona storia. È stato Stallone a chiamarmi, per farmi leggere la sceneggiatura. Noi ci conosciamo da molto tempo, e finalmente era arrivata la possibilità di collaborare. Mi è piaciuta la storia perché innanzitutto ero in grado di portarla alla luce, ma anche perché è un omaggio ad un certo tipo di film d’azione ’70-’80 ma con il tono di un film moderno. E questo è difficile da trovare in una combinazione ragionevole in un solo prodotto. Ci siamo mossi in questa direzione ed è un film che abbiamo forgiato strada facendo. Ho avuto il piacere di lavorare con una grande star come Stallone, che ha una forte personalità, senza dimenticare che anche lui è un regista e ha diretto dieci film, che sono comunque  tanti. Mi piace pensare che i film possano ancora non dipendere dagli effetti speciali, perché sono esempio di personalità e del carattere dei cineasti.

C’è un incontro che le ha cambiato la vita? Cos’è che la rende così giovanile, cosa fa per tenersi in forma?

S: Lavoro con le attrezzature Technogym che sono prodotte in Italia! (risate in sala. Non so, quando sono andato ad Hollywood ero molto ottimista, pensavo di piacere a tutti. Abbiamo fatto Rocky, che incassò tantissimo, ma non mi avevano ancora pagato! Vivevo in un pessimo appartamento, così andai agli studios e chiedi “Quando mi pagate?”. E il capo mi disse di tornare a lavorare! Ma io non cedevo e volevo sapere il perché, e lui disse “Perché non ce ne importa di te, ti pagheremo quando ci va”. Ok, capii in quel momento che il cinema è un business, non è una storia d’amore. Non ero arrabbiato con lui. Mi ha insegnato che è un lavoro serio, e non è una fabbrica felice. Ma è da questo caos che nasce poi una creatività meravigliosa. L’importante è sempre credere in sè stessi.

Il film è un tuffo nel passato degli anni ’80, per i dialoghi e molto altro. Ce n’è qualcuno più di altri che ti ha ispirato?

Alessandro Camon: Il film è adattato da una storia a fumetti scritta da un autore francese, non è materiale completamente originale. L’abbiamo cambiata molto, ma era già una storia molto forte che mi aveva interessato e accattivato. Per i dialoghi un contributivo è arrivato inoltre sia da Sly che da Hill, c’è molto loro lavoro nei dialoghi. Se parliamo di un film che possa esser esatto ispirazione, sicuramente 48 ore proprio di Walter Hill. Tutto il genere dei body movies risale proprio a 48 ore. La formula ai tempi era deteriorata. Si puntava più sugli stili diversi delle due persone che lavorano insieme, era un conflitto di stile e non morale. In questo film, come in 48 ore, è importante il confronto morale. Non solo provengono da città diverse, ma non hanno la stessa motivazione. Per questo c’è sempre tensione. Questo conflitto è stata la ragione principale che mi ha convinto a scrivere la sceneggiatura.

WH: Ad Hollywood sono essenziali le opportunità, e non avevo avuto opportunità di fare film di questo genere negli ultimi anni. Penso che il film non sia un esperimento. È un film d’azione con dei confini delimitati, credo che ci sia spazio ancora per queste storie. Sly stesso le ha già raccontate. Un passato ce l’abbiamo, è la natura della personalità. Bullet to the Head ha umorismo, ma anche una prospettiva ironica.

SS: Ci sono scarpe fatte a macchina, e scarpe fatte a mano. Questo è un film fatto a mano.

Hai preso ispirazione da qualcuno dei tuoi personaggi passati?

Si impara sempre dagli errori. In un paio di volte ho partecipato a film d’azione dove c’era troppo azione. Gli scambi sono invece interessanti quanto un inseguimento, ci offrono una combinazione interessante, credo che sia il fascino del film. Questo era quello che voleva Walter, questo è quello che serviva al film. Ho certamente preso in prestito qualcosa dai miei film, ma soprattutto ho imparato dai miei errori.

Lei ha detto che il genere western si può ritrovare in qualsiasi film, ne è ancora convinto? 

WH: Sì, ne sono convinto. Vorrei dire innanzitutto che il “trucco” di un film come Bullet to the Head è creare proprio un mondo che assomiglia al western. I western non sono nulla rispetto a quello che era il vero west, è dovuto all’astrazione della narrazione. Il compito difficile di un regista è creare un intero mondo, dove la mancanza di plausibilità della narrazione debba risulta essere credibile. L’elemento inventato non deve allontanare il pubblico dal fatto di credere che il persicolo sia reale. Questo ballo, questa danza, la accettiamo in un film western, mentre in un film come questo è più difficile. Nel finale poteva esserci mancanza di plausibilità visto che i due uomini si disarmano, ma i peronsaggi sono stati creati in modo da essere credibili e quindi il gioco regge.

Come è arrivato a conoscere Woody Allen?

Conoscere Woody Allen è un’esperienza che ti cambia la vita. Io non ero nessuno, ma per Il Dittatore dello Stato Libero di Bananas avevano bisogno di un cattivo. Mi sono presentato con un altro ragazzo al provino, e noi dovevamo attaccarlo in metropolitana. Allen tramite il suo assistente ci disse che non facevamo paura. Io stavo per mollare, mentre l’altro ragazzo mi convinse ad uscire: comprammo vaselina, ce la spalmammo in faccia, e andammo da Allen per spaventarlo. Lui era così terrorizzato che disse balbettando “prendili subito!”.

Quando venne a presentare John Rambo, lasciò una finestra aperta sulla saga. Con quella parte ha chiuso? Ci dice qualcosa del suo nuovo film con l’antico rivale Schwarzenegger?

SS: Antico rivale? Lo è ancora! Scherzo, il mio antico rivale è un vecchio e caro amico, abbiamo fatto questo film (ndr: The Tomb) dove lui è fantastico, e ha lavorato molto sul personaggio. Rocky è finito, è un atleta che ha raggiunto il massimo.

Bullet to the Head - Sylvester Stallone - Foto 2

Con Rambo non voglio chiudere, ed è la stessa ragione per cui alcune persone non riescono ad andare in pensione. Rambo ha mentito a se stesso per tutta la sua vita, convincendosi di quello che faceva. Ma ha bisogno della guerra, è una persona che non è in grado di tornare a casa, cerca di morire in maniera gloriosa. C’è un’idea che sto preparando, sembra abbastanza buona. Se il corpo mi tiene, e Rambo combatterà contro l’artrite, potrebbe tornare. Oppure tornare come ragazza, Rambolina!

La scena finale con le asce c’è nel comic o è di vostra invenzione?

WH: Io mi sono divertito tanto, perché non dovevo fare niente! Prima di iniziare il film le persone mi dicevano: pensi che possiate andare d’accordo? Certo, secondo me sì, e con Sly è andato tutto benissimo. Ma nel combattimento con le asce ho avuto un grosso scontro con Jason Momoa, ci ho litigato di brutto! È stato l’unico litigio che mi ricordo sul set. Ma poi funzionò tutto, anche perché abbiamno fatto a modo mio!

SS: Ha tirato fuori lui l’idea delle asce, ho pensato “Torniamo al combattimento tipo vichinghi!”. Ancora non avevo combattuto contro Conan-Momoa! Jason è grosso, molto atletico, alto 2 metri, ma si muove con una pantera. Le scene di combattimento sono come una danza, non sono molti che sanno farlo bene, e lui è stato perfetto.

Bullet to the Head, dopo il suo passaggio al Festival di Roma, arriverà nelle sale italiane ad aprile 2013 distribuito da Buena Vista International.

Fonte: ScreenWeek

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