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Roma 2012: Il volto di un’altra, la recensione del film di Pappi Corsicato

Di emanuele.r

Sono poche, pochissime in Italia le figure di registi come Pappi Corsicato, e questo al di là dei giudizi sul suo cinema, per il modo di concepire la macchina cinema, l’oggetto film e la messinscena stessa. Il regista  napoletano è l’autore di Il volto di un’altra, secondo film italiano in concorso al festival di Roma, accolto in modo fin troppo tiepido e contrastato.

Il film racconta della showgirl Bella e del marito, il chirurgo plastico René, in crisi finanziaria e di carriera. Ma l’incidente stradale che coinvolge la donna potrebbe rivelarsi un’occasione: fingere Bella sfigurata a tal punto da dover cambiare faccia e assicurarsi 10 milioni di assicurazione. Scritto da Corsicato con Monica Rametta, Gianni Romoli e Daniele Orlando, Il volto di un’altra è un noir orrifico raccontato come fosse una commedia satirica scintillante e luccicante, tra Almodòvar, Max Ophuls e gli horror degli anni ’30/’40.

Il film illustra la fama, la celeberità e soprattutto i meccanismi mediatici e degli spettatori come una bugia infinita, che non trova via d’uscita che si perpetua in modi sempre diversi e in cui tutti sono coinvolti, fino all’ultimo degli operai: la scorretteza politica di Corsicato sta proprio nello scontro apparente tra la lussuosa clinica e il reparto fognature, tra i ricchi del jet set e i riparatori, tra il cinema dei telefonichi bianchi e il relismo operaio, lontanissimi, eppure segretamente collusi proprio da quella favola ipocrita che è la voglia di successo. Ma quello conta nel Volto di un’altra è il puro piacere della messinscena in cui il regista esagera e (si) esalta, in cui liberissimo di inventare si toglie ogni sfizio possibile, da una sala operatoria in bianco e nero d’epoca a una pioggia di liquami ed escrementi degna di Bunuel o Altman.

Corsicato sfiora il delirio, tra “mummie, zombie e donne invisibili”, ma ha un controllo straordinario della sua materia apparentemente vuota che però pulsa di cinema, di voglia di giocare con le forme, di creare un immaginario autonomo a partire da citazioni elegantemente trash. Formalismo puro, stilizzazione estrema dall’infallibile ritmo e stringatezza che sa caricarsi anche una recitazione bislacca come quella imposta ad Alessandro Preziosi e Laura Chiatti, da cui ne esce fierissima l’irresistibile suora di Iaia Forte. Si chiede al cinema italiano uno sforzo per uscire dai suoi limiti: chi sa se sapremo davvero apprezzare lo sforzo di Corsicato.

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