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Tutti i santi giorni – La recensione.

Di laura.c

Paolo Virzì, regista specializzato nel mettere in commedia le fratture e le incomprensioni che attraversano la società e la politica, torna a cimentarsi in un ritratto generazionale, tentando di evitare alcuni dei territori già battuti. In una realtà in cui non sono crollate solo le ideologie, ma anche un po’ tutto il resto, il filmmaker si aggiorna, lascia da parte i partiti, e si butta sul sociale, sui giovani, su quell’entità dall’oscura ontologia di cui si parla così tanto che ormai è puro luogo comune. Così come pieno di luoghi comuni è questo Tutti i santi giorni, strutturato tuttavia per apparire furbescamente attaccato al vero, per sbandierare una presa sulla realtà che solo a tratti riesce a dimostrarsi tale. Come ci riesce? Attraverso ciò di cui Virzì è maestro, cioè accarezzando le suggestioni dal gusto controcorrente, proponendo la propria visione come se fosse alternativa, più vera della realtà perché elevata a favola. Peccato che scavando un minimo più a fondo nel film, si trovi un nucleo un po’ reazionario e rassicurante, che tradisce in maniera anche brutale le premesse della narrazione.

Partiamo da una premessa: Virzì non è certo un novellino, per cui sa come costruire un film, sa come farlo scorrere sullo schermo in maniera abbastanza “liscia” e a tratti piacevole, e soprattutto sa come dirigere gli attori, che anche in questo film sono un vero punto di forza. Allo stesso tempo, però, è anche un regista poco attaccato alla “forma” delle sue opere, che di solito si riempiono semplicemente dei protagonisti e delle loro storie. Parliamo dunque di come è stata adattata la storia di questo lungometraggio, tratto dal romanzo La Generazione di Simone Lenzi. Guido e Antonia sono due trentenni che vivono nella periferia di Roma, circondati dalla freddezza del cemento e da vicini che sembrano usciti da una versione più trucida dell’ultimo dei reality. Lui fa il portiere di notte, ma in realtà è un gran classicista che ha deciso di rinunciare alla carriera accademica. Lei lavora a malincuore in autonoleggio, ma compone canzoni e rimpiange di non aver sfondato nel campo musicale. Nonostante le enormi differenze caratteriali, si amano da anni e vorrebbero avere un bambino. Anzi, in realtà lo vorrebbe Antonia, che odia tutte le istituzioni, il matrimonio e la famiglia, soprattutto la sua famiglia, ma muore da questo desiderio di maternità (che dobbiamo presumere innato nelle donne). Avendo aspettato tanto a prendere questa decisione, i due devono però vedersela con problemi di fertilità che li porteranno da un medico all’altro, affrontando bigottismo, fecondazione assistita, invidia per i propri snaturati vicini con figli e altre scoraggianti disavventure.

Tirando le somme, Tutti i santi giorni ha due componenti fondamentali: da una parte c’è la commedia romantica, non troppo diversa dai tanti film, anche americani, sulla difficoltà di avere bambini, con futuri padri costretti a produrre provette di sperma in condizioni allucinanti, aspiranti mamme in preda a crisi di nervi e quant’altro. C’è poi la componente sociale, che vorrebbe fare di Antonia e Guido il ritratto di tutti quei ragazzi che hanno rinunciato alle proprie aspirazioni pur di arrivare alla fatidica fine del mese. Bene, da un regista “impegnato” come Virzì, ci si aspetterebbe un minimo di senso critico rispetto a un tale contesto di vita, ci si aspetterebbe di vedere rappresentata la situazione drammatica di un nuovo proletariato che deve subire anche la beffa di non poter avere più una prole. E cosa ne fa il regista? La solita favoletta dai toni edulcorati, dove ogni speranza di emancipazione viene castrata malamente, ma la pillola indorata dalla tenerezza dei due piccioncini protagonisti.

Tutti i santi giorni ci sembra perciò una colossale occasione mancata: poteva davvero intercettare il malessere di quella generazione intorno ai trenta, ormai all’ultima chiamata per fare i conti con se stessa e i suoi sogni andati in frantumi (che poi non sono solo i suoi, ma quelli indotti dalla società occidentale, dalla sua cultura e dai suoi miti fondanti). Ma invece di mettere in scena e addentrarsi in questo crogiuolo potenzialmente esplosivo di narrazioni di vita sospese, in attesa di un finale che nessuno vorrebbe scrivere, Virzì, come già successo in precedenza, impone un happy ending quasi scellerato. Passa cioè direttamente alla fase della sublimazione, esalta il ritorno a valori stantii, la riconciliazione con un passato che pensavamo finalmente superato e superabile. Fa vestire i suoi personaggi a festa per la celebrazione di un rito antico: la fiamma delle passioni giovanili che si estingue, soffocata dall’asfissia di una realtà in piena involuzione.

Non c’è perciò da aspettarsi da questo film niente di rivoluzionario o di davvero rilevante: è solo una commediola sentimentale piena di romantico buonismo, a cui è stato aggiunto del retrogusto amaro un po’ perché fa chic, e forse un po’ per far vedere che il regista non è così fuori da questo mondo per non capire che non basterà una love story a fermarne la decadenza. Ottimi, di contro, i due attori protagonisti: la cantante Thony, che dà alla sua Antonia una grinta genuina, e Luca Marinelli, che aveva già dato prova della sua bravura ne La solitudine dei numeri primi e ora è entrato anche nella rosa di attori trasformati da Virzì in toscanacci doc, nonostante sia di tutt’altra provenienza.

Tutti i santi giorni Teaser Poster Italia

Tutti i Santi Giorni è uscito nelle sale italiane l’11 ottobre, distribuito da 01 Distribution. QUI il nostro reportage dell’incontro con il regista.

Cinema chiusi fino al 5 marzo, QUI gli ultimi aggiornamenti.


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