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Venezia 69: ScreenWeek intervista Kim Ki-Duk.

Di laura.c

Violenza e amore, solitudine e dipendenza, l’intima interconnessione dell’uomo con lo spazio che lo circonda e il valico apparentemente insuperabile con le anime dei suoi simili. Anche in Pietà, sicuramente una delle opere più interessanti in concorso alla 69. Mostra del Cinema di Venezia, il regista coreano Kim Ki-duk riesce a recuperare molti degli elementi portanti del proprio stile, ma a declinarli in maniera ancora diversa, anche grazie all’aiuto degli attori Lee Jung Jin e la splendida Jo Min-Su, che ha il volto crucciato di una statuina condannata al dolore perpetuo. La storia, per la precisione, è quella di un giovane strozzino, Kang-do, la cui freddezza e crudeltà vengono messe a dura prova dall’incontro improvviso con una madre mai conosciuta.  Ecco la nostra intervista a Kim Ki-duk da Venezia 69.

    

Kim Ki-duk, pensa che il suo cinema, in particolare la violenza mischiata a momenti di grande intensità, presenti delle somiglianze con quello di un altro autore in concorso, Takeshi Kitano?

Devo dire che conosco molto bene i suoi film, ma sono molto diversi dai miei. Lui fa un cinema soprattutto di azione psicologica, mentre nei miei film, anche se c’è l’azione, la psicologia è più concentrata verso il sentimento.

Nel suo film un ruolo fondamentale è giocato dal denaro. C’è una battuta che dice che tutto ha inizio e tutto ha fine nel denaro.

Diciamo che è il terzo protagonista accanto a due splendidi attori. La mia intenzione, in effetti, era quella di mostrare il vero volto del denaro, che in sé non è condannabile, dipende dall’uso che se ne fa. Può esserci un uso positivo dei soldi, ma questi hanno sia il volto del bene che del male, può esserne fatto un uso perverso che viene chiaramente mostrato nel film.

Pietà sembra richiamare concetti cristiani, ma anche temi molto lontani dalla religione come la vendetta.

Non è un film che si concentra solo su alcuni elementi, come perdono, demonio, pietà o denaro. È un film che vuole raccontare il tutto dell’essenza umana, o forse addirittura recuperare un’essenza umana che stiamo perdendo e a volte abbiamo già perduto. Vuole parlare della salvezza dell’umanità attraverso il recupero di determinati valori.

Esteticamente, cosa vuole suggerire il modo molto particolare con cui sono vestiti i protagonisti?

I costumi dell’attrice sono stati discussi insieme e decisi anche da lei: abbiamo optato per il colore rosso, perché evoca la sofferenza e il sangue. Per il protagonista maschile, invece, abbiamo voluto un’immagine che pur richiamando l’estrazione sociale della classe operaia, avesse anche degli elementi, direi, militaristi. C’è una componente di terrore già insita nell’aspetto del personaggio.

Centrale per il racconto, è anche il quartiere degradato in cui si svolge il film. Come lo ha trovato?

Il quartiere Cheonggyecheon esiste davvero, in questa zona ho vissuto per 5 anni, dai 15 ai 20 anni per l’esattezza, quando vi ho lavorato come operaio. È una zona importante e storica per lo sviluppo industriale della Corea, che ha visto nascere l’industria dell’hi-tech. È stato grazie all’esistenza di questa zona che possiamo avere cellulari, tv e prodotti per cui la Corea è famosa in tutto il mondo è ha ottenuto anche una posizione preminente sul mercato. Ma nell’arco di pochi anni quella zona scomparirà, quella distesa di piccoli edifici verrà sostituita dai simboli del capitalismo sudcoreano, enormi grattacieli e palazzi che si spingono inesorabilmente verso quella parte della città. Per questo ho voluto girare lì: nei miei film i luoghi sono sempre molto importanti, e anche stavolta l’ambientazione ha un’importanza non solo storica ma anche filologica.

Il protagonista maschile, come molti dei suoi film, è un personaggio che sperimenta la difficoltà se non l’impossibilità di compiere un percorso di reintegrazione nella società.

 

I miei film non si costruiscono su delle figure particolari o ricorrenti, vogliono piuttosto essere un’interpretazione precisa del mondo che vedo in quel moneto. Il protagonista di Ferro 3 e di altri film sono diversi da questo nuovo personaggio, semplicemente perché la situazione di oggi è diversa da quella che vedevo nei miei film precedenti, in fasi diverse della storia del mondo.

Come in altri film, però, molta importanza è ricoperta dallo spazio in cui si muovono i personaggi.

Sì, lo definirei analogico: è uno spazio pieno di storia da cui tutto comincia, soprattutto lo sviluppo del mio Paese, mentre i miei protagonisti sono digitali, senza memoria e apparentemente senza radici.

Come mai i suoi protagonisti devono affrontare sempre questi percorsi quasi di dannazione prima di ritrovare il loro equilibrio?

Per poter spiegare l’oscurità c’è bisogno di spiegare anche la luminosità, e viceversa. Serve il nero per capire in che direzione andare per trovare il bianco.

Anche se non è un film religioso o sulla religione, Pietà sembra mescolare elementi del cristianesimo e del buddismo.

Non ho nessun tipo di pregiudizio o di rifiuto nei confronti di nessuna delle religioni. “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” era specificatamente buddista, “La samaritana” si rifaceva alla fede protestante, questo film è stato definito di ispirazione più cattolica, ma non ho cercato questo elemento. Ho una religione, ma non l’ho voluta indicare in nessuno dei miei film. In “Pietà” avevo pensato di inserire anche una scena che richiamasse esplicitamente la famosa scultura di Michelangelo, ma mi sembrava troppo banale, troppo scontata. Un’immagine così è stata però realizzata per il materiale promozionale del film.

Come si inscrive questo film nel suo percorso creativo e umano, in particolare dopo il fortissimo Arirang?

In effetti è un po’ un nuovo inizio per la mia rinnovata carriera cinematografica. Ma è solo perché sono riuscito a girare Arirang che ora ho potuto fare anche Pietà.

 

 

Pietà farà il suo ingresso nelle sale italiane il 14 settembre distribuito da Good Films. Vi ricordiamo che anche quest’anno ScreenWeek.it è in Laguna e seguirà da vicino la 69° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di VeneziaCliccate sul riquadro sottostante per leggere tutte le news dal Festival e le recensioni. Seguiteci inoltre su Twitter e Instagram grazie alla tag #Venezia69SW.

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