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Venezia 69: Passion, la recensione in anteprima

Di emanuele.r

Un grande formalista. Oppure un grande manierista. Di sicuro un grande regista. Dopo la proiezione in concorso di Passion, il nuovo film di Brian De Palma, la Mostra del Cinema di Venezia ha lasciato trapelare dei dubbi sul film e sulla tenuta del cinema del maestro a 5 anni da Redacted. Ma se qualche dubbio di “originalità” resta, il film è l’ennesima dimostrazione di maestria tecnica e profondità teorica di un maestro.

Il film racconta la storia di Christine, autoritario capo di un’agenzia pubblicitaria di Berlino, e la sua impiegata Isabelle, talentuosa pubblicitaria con cui lavora a stretto contatto. Ma l’atteggiamento aggressivo del boss causerà non pochi problemi. Scritto dallo stesso De Palma con Natalie Carter sulla base della sceneggiature di Crime d’amour di Corneau, Passion è un thriller post-classico tipico del suo regista per temi, immagini, messa in scena, che sfida a testa alta i pericoli del dejà-vu.

Il rapporto morboso dell’originale diventa nel remake il mezzo per riflettere sulla cultura del corpo e dei consumi che fonda e fa prosperare la pubblicità di cui il film corrode la struttura e l’impatto culturale e filmico: come sempre infatti, i discorsi che stanno dietro al cinema di De Palma non si fondano su personaggi, dialoghi, eventi ma sulla messinscena e così, i continui riferimenti al (suo) cinema negli anni ’80 (dall’esaltante citazione di Vestito per uccidere alle musiche di Pino Donaggio che mescolano Herrmann ed elettronica) non possono prescindere dalla consapevolezza storica che proprio in quegli anni esplose il fenomeno estetico dello spot. E il product placement di cui si sostenta evidentemente diventa mezzo concettuale all’interno della riflessione, nonché beffardo artificio narrativo (l’intreccio innescato da un fenomenale smartphone è disinnescato da un comunissimo cellulare) con cui smontare i meccanismi del lusso.

Così come quelli della realtà, da sempre insondabile e impossibile da capire nel cinema di De Palma, e qui imbrigliata in un finale senza freni, in cui nulla è come appare, a maggior ragione ciò che mostrano le immagini, e nel quale i virtuosismi accantonati da un controllo rigoroso della messinscena esplodono tra lunghe steadycam e uno split screen da urlo. Chiedere risoluzione a questo tipo di storia è poco utile, come questionare sul fatto che il film non innovi il cinema del regista: è un thriller raffinato e molto intelligente, in cui ancora una volta la forma è il suo messaggio. E trova un asso nella meccanica nella prova finissima di Rachel McAdams, forse al punto più alto della sua carriera, la cui bellezza lucente si sposa con una capacità di manipolare tanto lo spettatore quanto la meno efficace Noomi Rapace che lascia ammirati. Come fa De Palma, ancora una volta.

Vi ricordiamo che anche quest’anno ScreenWeek.it è in Laguna per da vicino la 69° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ormai agli sgoccioli. Cliccate sul riquadro sottostante per leggere tutte le news dal Festival e le recensioni. Seguiteci inoltre su Twitter e Instagram grazie alla tag #Venezia69SW.

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