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The Bourne Legacy – Intervista a Edward Norton.

Di laura.c

Edward Norton, uno degli attori contemporanei di maggior talento e più impegnati a livello politico e sociale, ha degli occhi piccoli che sembrano volersi nascondere in espressioni serie e riflessive, ma finiscono comunque per brillare e ricordarci del perché sia un interprete così elegante e rinomato. Nel film di Tony Gilroy, The Bourne Legacy, è il nuovo “villain”, il colonnello Ric Byer, un oscuro burattinaio che si rivela la mente non solo dietro al programma di cui era parte Jason Bourne (protagonista dei primi tre film della serie), ma anche dietro uno più ampio, chiamato Outcome, da cui proviene il nuovo action hero Aaron Cross (Jeremy Renner). Un personaggio perciò molto sfaccettato, che sullo schermo si presenta con i capelli bianchi, a dimostrazione del logorio esercitato dal peso delle responsabilità e delle scelte compiute in nome della ragion di Stato. Edward Norton ce ne ha parlato a Roma, dove ha presentato The Bourne Legacy insieme al regista e al collega Renner.

 

Edward Norton, cosa l’ha spinta a entrare a far parte della saga di Bourne?

Prima di tutto il mio apprezzamento per il regista e per gli altri interpreti del film, con cui desideravo lavorare. In realtà, ogni volta che entri in un progetto seriale, o con più installment, ti chiedi quale sia la ragione per continuare a raccontare quella storia, se c’è qualcosa che la fa progredire  o se al contrario la fa tornare indietro. In questo caso, il fatto che Tony avesse scritto gli altri capitoli e fosse ancora interessato a scriverne era già abbastanza affascinante. Lui ha vissuto in questo mondo piuttosto a lungo, per cui mi interessava vedere cosa lo stesse spingendo verso questo nuovo film. E sono rimasto molto impressionato dal modo in cui lo ha usato come occasione per sondare in profondità le implicazioni morali della saga, soprattutto i compromessi etici che le persone fanno in nome degli ideali. The Bourne Legacy ha una nuova dimensione, in particolare emotiva e morale, che pensavo valesse la pena di esplorare.

Che rapporto c’è tra questo e altri personaggi della sua filmografia?

In generale, tutti gli attori sono portati a interpretare personaggi complessi, il che è ovvio. La cosa su cui però mi piace particolarmente lavorare, e che trovo più coinvolgente e soddisfacente, sono i personaggi che si muovono tra paradossi, che non sono pienamente categorizzabili e vivono delle contraddizioni. Questi, come accade nella vita, sono i più interessanti, e ciò vale assolutamente per The Bourne Legacy. C’è l’azione e il brivido dello spy thriller, ma al centro di tutto in fin dei conti si trova questa specie di triangolo morale tra me, Jeremy e il personaggio di Rachel Weisz, che nel film sono tre persone accomunate dall’aver preso decisioni basate sui propri ideali e su un certo senso di se stessi, perseguendo dunque uno scopo nobile, ma accettando compromessi che non possono in alcun modo rientrare nella definizione di “bene”. Nella sceneggiatura è molto chiaro:  ciascuno di essi ha fatto cose di cui non va fiero in nome di un bene maggiore, il che è interessante perché credo sia esattamente quello che accada anche nella vita reale. La maggior parte delle scelte che ci sembrano negative probabilmente sono dovute proprio a questo tipo di razionalizzazione, e qui sta anche la forza della saga di Bourne, in cui si ritrae un mondo che tutti percepiamo più o meno come reale. Non si tratta di supereroi che si muovono in una dimensione fantastica, ma di scenari plausibili o di cui comunque abbiamo ragione di temere l’esistenza. Si può temere che i governi e le grandi multinazionali facciano cose orrende nel nostro nome, spacciandole per il bene comune. Basta guardare a tutte le esecuzioni sommarie e a come gli Usa si comportano all’estero. Ecco, quel che mi interessa come attore, è rappresentare psicologicamente il momento in cui le persone si convincono che è giusto fare queste cose e che le vogliono fare davvero.

Pensa che The Bourne Legacy sia improntato al realismo?

Penso che sia molto aderente alla realtà. Ormai ogni mese si scopre che gli Stati Uniti sparano missili su Paesi che non sono in guerra con noi, come lo Yemen: ci deve essere qualcuno nelle stanze dei bottoni che prende queste decisioni. Forse lo stesso presidente, ma comunque contro tutte le nostre leggi e tutte le nostre regole. Qualcuno deve aver giustificato queste azioni, qualcuno che abbia intravisto minacce tali da violare tutti i nostri principi costituiti.  Credo che ciò avvenga piuttosto frequentemente.

Lei si considera una persona contraddittoria?

Credo lo siano tutti. Molte volte i punti di forza delle persone si  bilanciano con le loro debolezze, e io non mi ritengo diverso dagli altri. Non sono però quel tipo di attore che ama paragonarsi ai suoi personaggi, o che scava dentro di sé per prepararsi a una parte. Questo perché trovo molto più interessante osservare e scoprire qualcosa sugli altri piuttosto che su me stesso. Molto dipende dalla qualità della scrittura: quando è difficile capire quello che i personaggi fanno e il perché, quando penso che sarà difficile farli funzionare, allora è proprio il momento in cui capisco che saranno una bella sfida da affrontare. Per The Bourne Legacy, quando mi hanno detto che sarei stato il “cattivo”, ero perplesso, perché non c’è traccia di malvagità nel mio personaggio e in ciò che fa.  È l’antagonista, senza dubbio, ma presenta una serie di sfumature e nemmeno lui si percepisce come la parte negativa in gioco. È molto bello quando ci sono personaggi che fanno cose che il pubblico vede come cattive, ma che capiscono bene quello che stanno facendo e perché. Comunque non sono sempre così serio: a volte interpreti semplicemente un capo dei boyscout [il riferimento è al recente Moonrise Kingdom] o un tizio che diventa verde e gli si strappano i vestiti di dosso. Il lavoro dell’attore è il più bello del mondo, se si riesce a farlo.

 

Come mai questi capelli bianchi del suo personaggio?

Li abbiamo presi da Rahm Emanuel, che è stato il primo capo dello staff di Obama e l’attuale sindaco di Chicago. Quando il presidente è stato eletto era abbastanza giovane, e i suoi capelli erano scuri: tempo due anni e sono diventati bianchi. Pensavo che fosse un buon modello a cui ispirarsi per far pensare a una persona molto giovane oppressa dal peso e dallo stress di grandi responsabilità. L’ho proposto a Tony e lui si è trovato subito d’accordo.

Ci sono dei grandi cattivi che l’hanno colpita nella storia del cinema?

Tantissimi. Quelli che mi vengono in mente sul momento sono Daniel Day-Lewis ne Il Petroliere, Gene Hackman in Superman, John Huston in Chinatown. Mi piacciono i cattivi che sono affascinanti, con cui si andrebbe più volentieri a cena che con un “buono”.

Tornerà dietro la macchina da presa?

Ho finito di scrivere la sceneggiatura di Motherless Brooklyn [tratta dall’omonimo romanzo di Jonathan Lethem]. Se riusciamo a finanziarlo, potremmo cominciare a girare per la fine dell’anno prossimo. Il romanzo originale è molto incentrato sul protagonista, ma lo voglio mischiare con un altro libro sulla storia di New York. Per me, insomma, è un viatico per un’altra storia e altre voci che voglio riportare, sempre legate alla città. C’è una dinamica psicologica nei personaggi di Motherless Brooklyn, che sono degli ossessivi compulsivi, che trovo molto interessante e divertente allo stesso tempo.  Mi piacerebbe anche interpretarlo.

Come attore ha sempre scelto i film senza guardare al loro lato commerciale. Come mai questo franchise in questo momento della sua carriera?

Non è il primo franchise che faccio: ho recitato in Hulk e Red Dragon. In effetti all’inizio non ero sicuro ma lo script mi sembrava di grande valore e aveva grandi attori con cui volevo lavorare. Ma più di tutto mi affascinava la possibilità di lavorare con Tony. Mi piacevano i film che aveva scritto, ma soprattutto il suo film da regista Michael Clayton, che mi è sembrato davvero intelligente.

A differenza di altri attori, tende a cambiare spesso regista.

Questo non vuol dire che non lavorerei di nuovo con loro. Mi piacerebbe lavorare ancora con Tony, ma anche con John Curran, Fincher, Spike Lee e molti altri. Non bisogna dare troppo peso a quello che dicono i media, non mi è mai capitato di avere screzi seri con i registi, come si dice ad esempio di American History X e Tony Kaye. Alcuni film sono difficili mentre sei sul set, ma è una cosa che riguarda il lavoro, non le persone. Non credo di aver mai finito un film con un rapporto terribile con il regista, anche perché non penso che valga la pena trascinarsi delle frizioni con le persone con cui hai lavorato.

The Bourne Legacy farà il suo ingresso nelle sale italiane il7 settembre 2012. Per maggiori informazioni sul film potete consultare le nostre News dal Blog. QUI trovate la nostra intervista al regista Tony Gilroy.

 

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