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Dallas, il commento al seguito della serie anni ’80

Di emanuele.r

Sono passati circa 20 anni da quando CBS, nel ’91 trasmise l’ultimo dei 357 episodi di Dallas, la serie tv che rivoluzionò i confini tra drama e soap-opera e che fece fortuna dell’allora nascente tv privata italiana. Oggi, come ben saprete, TNT ritorna a Southfork per raccontare cosa è rimasto degli Ewing e della loro compagnia petrolifera e come i figli hanno raccolto l’eredità dei padri.

E anche qui, rivalità su ogni fronte: come J. R. e Bobby un tempo, anche i rispettivi figli John Ross jr. e Christopher si scontrano. Se il ragazzo “cattivo” e la sua fidanzata vorrebbero tramutare il ranch in una nuova piattaforma petrolifera sotto la quale scorrerebbe un oceano di petrolio, il “buono” vorrebbe seguire le indicazioni della nonna contraria alla trivellazione e dedicarsi alle risorse alternative. Ma dietro le quinte, anche i genitori, uno in casa di riposo l’altro affetto da un tumore allo stomaco, continuano a darsi battaglia.

Doppia première (Changing the Guard e Hedging Your Bets) scritta dalla showrunner Cynthia Cidre sulla base dei personaggi di David Jacobs e diretta da Michael M. Robin,  Dallas sembra dal punto di visto produttivo un esperimento riuscito nel portare un tipo di racconto e personaggi, un’atmosfera edonistica e rampante degli anni ’80, in moduli narrativi e visivi più vicini all’oggi anche se proprio da lì nacquero.

Come sempre tutto ruota, più che sul petrolio, sulla famiglia e su quello che sono capaci di fare l’uno contro l’altro: se l’originale s’ispirava alle bergmaniane Scene da un matrimonio, qui si guarda alle saghe familiari stile Il gigante, nelle quali potere e controllo hanno la meglio su tutto anche sulla sete di denaro. Le colpe dei padri che ricadono sui figli, ma soprattutto figli che cercano di apprendere gli insegnamenti dei padri e possibilmente superarli nel loro stesso campo, come vorrebbe fare John Ross jr truffando il padre nell’acquisto del terreno nominalmente posseduto da Bobby.

Ovviamente tutto intorno girano intrecci sentimentali, donne sposate ma in realtà hanno altri fini, donne che si vorrebbero sposare ma pensano ad altri, email mandate per far lasciare il rivale con la donna che si ama. Segreti, bugie e intrighi: sono il vero motore di una serie allo stesso tempo madre e figlia di successi come Desperate Housewives – di cui non ha lo stile – o Gossip Girl – di cui pare la versione matura. Pura narrativa popolare in tv, forse troppo ingenua nel suo affidarsi completamente a meccanismi di racconto che ricordano troppo il romanzo d’appendice (la sedicente affarista Marta Del Sol fa il triplo gioco e narcotizza, con l’anello nel drink, John Ross).

Eppure funziona nella tenuta narrativa, nel ritmo, nei colpi di scena, avvicinandosi al guilty pleasure ma restando lontano da trash. E nell’interazione tra vecchi attori e nuovi: i quali, questi ultimi, sono spesso al di sotto della sufficienza, ma sanno integrarsi con vecchie volpi come Patrick Duffy o Larry Hagman il cui sopracciglio luciferino funziona quasi di più adesso, con le fragilità della vecchiaia, che allora. Tutto sommato, un buon passatempo estivo.

Voi avete visto Dallas e cosa ne pensate? Commentate l’articolo in basso e restate su Screenweek ed Episode39 per i commenti e gli approfondimenti alle serie tv.


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