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Roman Polanski: a film memoir – La recensione in anteprima.

Di laura.c

Roman Polanski: ovvero quando una biografia artistica si lega in maniera a tratti inscindibile, e a tratti inconciliabile, con quella personale. Celebrato universalmente per la sua produzione registica costellata di capolavori (da Il coltello nell’acqua a Rosemary’s Baby, da ChinatownIl Pianista e al recentissimo Carnage), spesso stigmatizzato dai media per quell’ombra giudiziaria che da più di trent’anni oscura la sua esistenza, Polanski resta un autore brillante, che sembra avere ancora molto da raccontare non solo dietro, ma anche davanti alla macchina da presa. Per questo motivo, durante il periodo buio dei suoi arresti domiciliari in Svizzera cominciati nel 2009 e durati diversi mesi, l’amico di una vita e produttore, Andrew Braunsberg, ha deciso di andarlo a trovare nella sua dimora di Gstaad, e di fissare una volta per tutte le sue memorie di uomo e di artista in un documentario narrato dalle sue stesse labbra. Nasce così Roman Polanski: a film memoir, una lunga intervista nella forma di chiacchierata tra vecchi compagni di avventure, diretta da Laurent Bouzereau e intervallata da foto di famiglia, immagini di repertorio e scene tratte da quei film che hanno reso il regista noto in tutto il mondo, e che rivelano molto più sulla sua vita di quanto il pubblico possa sospettare.

Si comincia così dai ricordi d’infanzia nel ghetto di Cracovia, dalla deportazione di tutti i familiari di Polanski e da quella ferita indelebile che tanto avrebbe significato nella realizzazione del Pianista, ma anche di Oliver Twist e di altre opere del filmmaker. Si prosegue poi con l’inizio di carriera nella Polonia comunista, e a seguire con i primi successi internazionali quali Repulsione e Cul-de-sac. Poi l’incontro con l’amata Sharon Tate, protagonista femminile di Per favore non mordermi sul collo! e la consacrazione alla fama con Rosemary’s Baby. Questo, tuttavia, è anche il momento della seconda grande tragedia vissuta dal regista, cioè l’omicidio di Sharon, divenuta nel frattempo sua moglie e in attesa del suo primo figlio, da parte dei folli seguaci di Charles Manson. Sopravvissuto a uno degli episodi più macabri e drammatici nella storia di Hollywood, non passa però molto tempo prima che Polanski finisca nello scandalo sessuale che segna ancora oggi la sua esistenza. Nel 1977 viene infatti arrestato per aver abusato di una minorenne, sconta una prima pena detentiva inflittagli dalla giustizia statunitense, ma, intravedendo un pericoloso accanimento mediatico e giudiziario nei suoi confronti, una volta libero decide di fuggire dal Paese per tornare in Europa. Più precisamente in Francia, dove ritrova almeno in parte la serenità  a fianco della bellissima attrice Emmanuelle Seigner, per lui interprete anche di Frantic, Luna di Fiele e La Nona Porta.

Non si può proprio dar torto a BraunsbergBouzereau: la vita di Polanski ha dell’incredibile, ed è sicuramente interessante vedere in che modo, a volte, i fantasmi di un uomo possano trasformarsi e prendere vita sul grande schermo. D’altro canto, essendo solo una lunga intervista, il film non fa che suggerire questo tema ma senza alcun particolare approfondimento, affidandolo giusto a qualche immagine inserita in modo fugace tra un primo piano del regista e l’altro, con un montaggio che definire televisivo è un complimento. Scadono nel patetico i brevi controcampi con Braunsberg che annuisce o regala smorfie del tutto superflue, le drammatiche note di pianoforte che accompagnano a tratti il discorso di Polanski, e soprattutto i ralenti sui sospiri del regista nei momenti più difficili della narrazione. Non si può dire, poi, che il documentario racconti qualcosa di nuovo: il tono è celebrativo, e il nodo più controverso nella biografia del regista, cioè la condanna per stupro, viene liquidato semplicemente come qualcosa per cui ha già scontato la sua pena e per cui dovrebbe essere lasciato in pace. Il che può essere condivisibile, ma appunto non apporta molto alla conoscenza dell’uomo-Polanski. Né questo sembra l’obiettivo del grande filmmaker, che spiega piuttosto chiaramente al proprio interlocutore di non essere interessato a far cambiare opinione a quella parte di pubblico che se l’è costruita ascoltando stralci di notizie in tv. Detto ciò, passare un’oretta in compagnia di un artista come Polanski non può che risultare interessante e piacevole, nonostante alcuni patetismi imposti da una regia evidentemente molto lontana dalla sua. Pur non trattandosi di un lavoro memorabile, sembra perciò appropriata la presentazione di Roman Polanski: a film memoir al 65° Festival di Cannes, come omaggio a una vita e a un filmmaker fuori dall’ordinario, in tutto e per tutto.

Roman Polanski a Film memoir Locandina Italiana

Fresco di Croisette, Lucky Red distribuirà il film a partire da oggi, 18 maggio, in una quindicina di cinema italiani. Potete scoprire altri dettagli cliccando sul riquadro sottostante.

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