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Marilyn – La recensione in anteprima.

Di laura.c

Il fascino del mito, e di una sensualità dirompente rivestita di ingenuità e fragilità. Ancora oggi, a cinquant’anni dalla sua prematura scomparsa, Marilyn Monroe non è solo un’icona, il ritratto a colori accesi del divismo e della Hollywood che fu: rimane un personaggio complesso ed enigmatico, di cui si ha l’impressione di conoscere tutto e nulla. Una star divorata velocemente dalla fama, ma anche una figura di donna attraversata da una profonda malinconia. Ed è proprio su questi tratti della sua leggenda che torna a puntare il film di Simon Curtis intitolato My week with Marilyn, e divenuto in Italia semplicemente (forse troppo semplicemente) Marilyn.  Nonostante l’opera sia a sfondo biografico, l’oggetto del racconto non è l’intera tormentata esistenza dell’attrice, ma un punto preciso nella sua storia personale e professionale, narrato attraverso gli occhi di uno dei tanti uomini che caddero irrimediabilmente vittima della sua bellezza insieme provocante e infantile. Il film è basato infatti sul diario di Colin Clark, terzo assistente di regia  durante le riprese del titolo del ’56 Il principe e la ballerina, e racconta la lavorazione della pellicola che vide la grande diva sbarcare in Inghilterra per recitare a fianco del monumentale interprete britannico Laurence Olivier.

Oltre a essere una storia poco conosciuta, questo particolare episodio della vita dell’attrice sembra offrire ottimi spunti per riassumere in unico film, compatto e ben strutturato, alcuni dei lati più controversi della figura di Marilyn Monroe. C’è, prima di tutto, quello professionale: quale occasione migliore dell’incontro con un solido attore classico e shakespeariano come Laurence Olivier, per mettere in scena le profonde insicurezze di una diva estremamente preoccupata del livello delle proprie performance, e allo stesso tempo nata e sfruttata sul grande schermo quale incarnazione perfetta dell’oca bionda senza cervello e senza spessore? Nel film di Curtis, si mostra prima di tutto una Marilyn molto sofferente dal punto di vista attoriale, bisognosa di attenzioni e conferme, e per questo circondata da una corte di personaggi strambi e dalla dubbia onestà. Da un’inquietante Paula Strasberg, sempre pronta a dispensare “Il Metodo” nonostante il fastidio e l’avversione di Olivier, fino ad arrivare allo stesso marito di Marilyn, il drammaturgo Arthur Miller, di cui nel film si mette in luce soprattutto l’incapacità di sostenere il fragile ego dell’attrice e la sua tendenza ad aumentarne invece la sfiducia e le esitazioni. Da qui anche la descrizione dei continui ritardi sul set e delle difficoltà di memoria per cui Marilyn è rimasta tristemente nota, nonché invisa a molti registi, ma che sotto lo sguardo innamorato e complice del narratore della storia, Colin Clark, assumono i chiari tratti dell’incomprensione da parte di uno showbiz che da lei si aspettava solo qualche mossa sexy e niente più.

Legato al lato professionale, c’è poi quello intimo e umano. Il principe e la ballerina venne girato nei mitici Pinewood Studios nell’estate del ’56. Era la prima volta che la diva metteva piede su suolo britannico, ma era sopratutto il viaggio di nozze con il terzo marito, quello che più di tutti ne ha influenzato la carriera e il tentativo di riscatto come interprete cinematografica. Oltre le difficoltà del rapporto con Miller, nel film vengono accentai molti altri punti salienti della biografia dell’attrice: dai problemi di salute e dai presunti aborti fino al rapporto distruttivo con alcool e psicofarmaci, fino a risalire all’infanzia vissuta in affido e alla giovinezza trascorsa tra molti uomini diversi, nessuno capace di darle una stabilità in fondo forse mai davvero desiderata.

C’è infine il lato romantico e sentimentale della vicenda, rappresentato attraverso il flirt di Marilyn con l’allora giovanissimo Colin Clark, un neolaureato di Oxford con la passione per il cinema e alle prese con il suo primo set. Un risvolto della trama forse inevitabile, data la connessione del film con il diario davvero pubblicato da Clark molti anni dopo le riprese di Il principe e la ballerina, ma tutto sommato anche quello più melenso e meno convincente, in un film che brilla per le performance dei suoi interpeti, ma molto meno per tutto ciò che riguarda la rappresentazione del Mito, con la M maiuscola. Non è certo un caso che Michelle Williams si sia guadagnata una nomination all’Oscar per questo suo ritratto curatissimo della grande attrice, di cui ha assunto quasi alla perfezione gesti e movenze. Per quanto i lineamenti più arrotondati e morbidi del volto della Williams non sembrino la scelta più ovvia per impersonare Marilyn, questa differenza anche fisionomica tra le due attrici serve a mantenere una certa rispettosa distanza verso la persona della grande diva, verso i suoi sentimenti e il suo reale dolore. Ma a brillare nel film di Curtis, non c’è solo la protagonista femminile: in primo luogo, non si può fare a meno di tornare ancora una volta ad apprezzare la maestria di Kenneth Branagh, qui impegnato nel ruolo di Sir Laurence Olivier, di cui per altro è considerato un vero e proprio erede anche nella vita reale. Molto adeguati però anche gli altri interpreti, dal giovane Colin Clark-Eddie Redmayne, alla sempre magnifica Judi Dench (nei panni di Sybil Thorndike), a Julia Ormond nel breve ruolo di Vivien Leigh, e all’apparizione di Emma Watson come costumista del film di Olivier.

 

Non deludono quindi le prove d’attore, che in un biopic sono sempre uno degli ingredienti più scrutati e apprezzati. Non delude nemmeno il lato formale ed estetico del film, con una ricostruzione molto elegante e glamour delle atmosfere e soprattutto dell’epoca evocata dal film. A convincere meno, però, è il senso stesso del voler indugiare ancora una volta sul personaggio della Monroe, quest’ansia di sviscerarne il mistero, seppur con la consapevolezza di non poterlo risolvere né aggiungere nulla a quanto si è già cristallizzato nella leggenda. La donna nel film di Curtis è, per l’appunto, Marilyn, così come ce l’hanno sempre raccontata e come a noi piace sentirla raccontare. Lo si può ammantare con la solita reclame del film-verità, ma prendere in prestito le memorie di Clark non sembra aver prodotto un risultato molto diverso da quello che si sarebbe ottenuto chiedendo a chiunque, da cinquant’anni a questa parte chi fosse, anzi, chi è ancora oggi Marilyn Monroe. Probabilmente, la miglior biografia dell’attrice rimarrà sempre quella scritta da lei stessa, attraverso il suo lavoro, i suoi successi e le sue sconfitte, la sua grandezza e le sue debolezze.

Marilyn uscirà nelle sale italiane il primo giugno, distribuito da Lucky Red. Cliccate sulla scheda qui sotto e sul Mi piace per restare sempre aggiornati.

 

 

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