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Game of Thrones, il commento a Blackwater

Di emanuele.r

Come l’anno scorso, anche la 2^ stagione di Game of Thrones vede il prefinale a un livello che (probabilmente) il finale non supererà: Blackwater, nono episodio di questa annata è un’ora di grandissima televisione, il picco più alto raggiunto dalla serie curata da Benioff e Weiss e una delle vette del piccolo schermo recente.

Approdo del re si prepara all’assalto di Stannis via mare: Tyrion cerca di rinsaldare il suo spirito, Joffrey non riesce a mediare la sua codardia, Cersei cerca di proteggere i figli. Ma la battaglia arriva e non farà sconti, tra sotterfugi e atti eroici.

Scritto da George R. R. Martin in persona – autore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco da cui parte il tutto – e diretto da Neil Marshall, l’episodio condensa un’intera epica battaglia in un’ora facendo esplodere il potenziale spettacolare dello show e allo stesso tempo concentrandosi a fondo sull’essenza dei personaggi.

In pratica, tutto si svolge ad Approdo del re, tra gli umori dei Lannister e della corte, con Stannis come controcampo in attesa; è interessante il ruolo delle donne soprattutto, che si preparano per chiudersi in una stanza apparentemente sicura, sospese tra la salvezza dei loro uomini o lo stupro dei loro nemici, con Cersei che continua a tramare per salvare i suoi figli, anche a costo di palesare la vigliaccheria di re Joffrey, e Sansa e Shae che pregano, ma cercano soprattutto di salvare la pelle. E questa condizione giunge all’apice nel finale, con Cersei e il figlio più piccolo, dietro la porta del trono, in attesa di conoscere il loro destino.

Sul campo di battaglia invece, la tensione tra Tyrion e Joffrey si rispecchia in quella tra Bronn e Clegan, che nel finale addirittura volterà le spalle a Joffrey e proporrà a Sansa di scappare: la differenza di vedute rischia di minare seriamente l’unità della truppa, specie perché il re non si fida affatto della strategia segreta del primo cavaliere. E fa male, perché Tyrion, alla sua prima vera battaglia, dimostra di essere un maestro a suo modo: dapprima sfrutta il vantaggio dell’altofuoco decimando la flotta Baratheon e poi, quando il nemico sta per sfondare le porte, sfrutta la via da fuga per passargli alle spalle e costringere a ripiegare. Pagando però un prezzo molto alto.

Ma il vero vincitore si vede nel finale: mentre Cersei, convinta di divenire preda dei Baratheon è pronta a uccidersi col figlio, la porta è aperta da un trionfante e insanguinato Tywin, ponendo fine alla battaglia, nucleo spettacolare possente di un episodio incredibile. Se la sceneggiatura, infatti, ha dato il meglio scavando dentro ogni personaggio – valga come esempio l’addio tra Sansa e Shae -, facendo risaltare l’umanità anche dei più subdoli di loro di fronte al demone inarrestabile della guerra, Blackwater vale come caso raro di episodio tv, di solito l’impero dello sceneggiatore, che è un saggio di regia: perché il modo in cui Marshall dosa tutta la gamma emotiva di una battaglia è eccezionale, perché il tratteggio dei risvolti è encomiabile e l’uso dell’attesa è assolutamente magistrale.

Nulla da dire, ovviamente, sulla battaglia in sé, con la sua violenza oscura appena laccata dalla produzione, ma è nel modo in cui emerge la figura di Tyrion come il più complesso, il più morale anche nei suoi dubbi, il più umano, che l’episodio fa il salto di qualità: merito certo di Marshall. Ma soprattutto di un Peter Dinklage a dir poco magnifico: vedere il suo volto quando scorge all’orizzonte gli effetti dell’altofuoco per credere.

E voi siete d’accordo col giudizio sull’episodio? E cosa vi aspettate dal finale di stagione (di cui potete vedere sopra un promo) di Game of Thrones? Commentate in basso e restate su Screenweek per conoscere tutto del finale di questa grandiosa serie.

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