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The Gerber Syndrome, la recensione

Di Filippo Magnifico

The Gerber Syndrome Poster USA 01Regia: Maxì Dejoie
Cast: Valentina Bartolo, Sax Nicosia, Pia Lanciotti, Beppe Rosso, Federico Tolardo
Durata: 1h 28m
Anno: 2011

C’è una nuova malattia che si è diffusa come una piaga sul nostro pianeta. È il morbo di gerber, simile ad un’influenza ma decisamente più pericoloso. Una troupe televisiva decide di realizzare un documentario per cercare di capire meglio di cosa si tratti. Le riprese ci offrono le storie di persone coinvolte, per vie diverse, con questa malattia: un medico, una ragazza che è stata contagiata e un giovane addetto alla sicurezza. La verità che ne emerge è molto più agghiacciante di quanto si possa pensare.

Quante volte ci ritroviamo a lamentarci del fatto che in Italia, cinematograficamente parlando e non solo, nessuno ha più voglia di osare. Cosa vera, ma solo in parte. Qualche film che cerca di emergere da quel torpore che ha avvolto il nostro cinema in realtà c’è, il problema è che la maggior parte delle volte si tratta di opere che, per un motivo o per l’altro, sono destinate a rimanere nell’ombra, nonostante a conti fatti si rifacciano ad un tipo di cinema che ultimamente va per la maggiore.
È questo il caso di The Gerber Syndrome, film diretto da Maxì Dejoie che rientra in un genere ben preciso: quello del cosiddetto mockumentary, nato con Cannibal Holocaust, affermatosi con Blair Witch Project e salito alla ribalta grazie ad una serie di titoli come Cloverfield, [Rec] e Paranormal Activity. Pellicole di finzione che cercano in tutti i modi di sembrare reali e che, proprio per questo, si presentano come una sfida ancora maggiore.
Sfida decisamente vinta da questo regista, che, attraverso una storia fondamentalmente semplice e al tempo stesso profondamente radicata nella nostra quotidianità, è riuscito a creare un’opera in grado di risultare credibile e, proprio per questo, ancora più angosciante.

A differenza di titoli come [Rec] ad esempio, che pur giocando la carta del reportage risultano per forza di cose opere di finzione, The Gerber Syndrome ha il pregio di offrire allo spettatore il privilegio del dubbio. Questo nel senso che durante la sua visione è sul serio difficile guardare quanto accade senza precipitare in un sorta di coinvolgimento emotivo, a tal punto da dimenticare che tutto ciò che ci viene mostrato sia solo il frutto della fantasia di un film-maker.
Il merito è sì di Maxì Dejoie, che grazie ad una regia silenziosa e stato in grado di cogliere le minime sfumature presenti in ogni scena, ma anche degli attori che hanno contribuito a dar vita a tutto questo. Un cast di volti più o meno noti, talmente calato nella parte da – ed ecco che si torna di nuovo a dirlo – mettere in discussione quel confine tra realtà e finzione che all’interno del mondo della settima arte è (quasi) sempre stato marcato. Tra tutti una nota particolare la merita Sax Nicosia, che ne ruolo del Dottor Ricardi è riuscito ad offrire un lavoro che va al di là di qualsiasi concetto di immedesimazione.

È grazie ad opere come The Gerber Syndrome che quella flebile fiammella dell’un tempo glorioso cinema di genere italiano continua a rimanere viva. Il fatto che si trovino nell’ombra da un certo punta di vista ne amplifica il valore, è vero. Ma suscita soprattutto rabbia. Ed è per questo che è giusto parlarne.


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