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Paolo Calabresi, da Iena a poliziotto in Diaz.

Di laura.c

Come attore si divide tra teatro e cinema, ma il suo volto potrebbe tornarvi familiare anche per diverse serie tv (tra cui Boris, di cui ha interpretato anche il film) e soprattutto per il suo ruolo di inviato nel programma Le Iene. In Diaz – Don’t clean up this bloodPaolo Calabresi ha però dovuto lasciare a casa il completo nero e indossare una divisa molto più “scomoda”, quella di uno dei poliziotti coinvolti nel blitz alla scuola resa tristemente nota dal G8 di Genova. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza in questo film, che sarà nelle sale a partire dal 13 aprile.

 

Paolo Calabresi, come ti sei avvicinato a questo personaggio?

Ho letto molto, anche se già ne sapevo qualcosa. Entrare in questo mondo che Daniele Vicari, il regista, ha creato con tanta obiettività, è stato però un vero regalo. E lo è stato per tutti gli attori, visto che il film non ha un unico punto di vista. Non ci sono soggettive: è un film oggettivo che però non ha niente di documentaristico. Abbiamo lavorato tutti passandoci la palla anche quando ci restava nelle mani per pochi secondi, e questo è un grande insegnamento professionale che il film mi ha dato. Spero sia stato per tutti così bello.

 

Come ti sei trovato a interpretare un “carnefice”?

In realtà bene. Penso che, appunto, il regalo più grande che un attore possa ricevere sia quello di fare dei personaggi lontani da sé. Non sono molto d’accordo con quegli interpreti che sostengono di avere sempre una perfetta aderenza al proprio personaggio. Vengo da una scuola che mi ha insegnato come recitare sia un gioco, seppur molto serio. Bisogna mantenere la distanza col personaggio anche quando si persegue la verosimiglianza, che comunque è una cosa molto diversa dall’immedesimazione. Perciò nel film mi sono trovato molto bene, come tutte le volta che interpreto un personaggio molto diverso da me.

 

 

Sarà un film in grado di smuovere le coscienze?

Penso di sì, il punto è vedere cosa si farà una volta smosse queste coscienze. Capita molte volte di indignarsi per ciò che succede nel nostro Paese, anzi direi che lo facciamo quotidianamente, ma di rado si mette in atto qualcosa. Più che smuovere, spero che renda finalmente chiaro come alla Diaz si sia arrivati a un punto di non ritorno. È stato un momento importante del nostro secolo, oltre quel limite non si può andare, per cui penso sia fondamentale ricordare come ci siamo arrivati.

 

C’è stata davvero una sospensione della democrazia, come denunciato da Amnesty International?

Sì ma non perché l’abbia detto Amnesty, che comunque ha fatto bene a denunciarlo, ma perché effettivamente è stato così. Però “sospensione” è un bel termine: suggerisce qualcosa che per un attimo si assenta ma poi torna. Ecco, speriamo che sia tornata davvero.

Cosa pensi del fatto che tra le Forze dell’ordine sia circolata la direttiva di non commentare il film?

Ognuno fa le sue scelte. Evidentemente è stata ben ponderata.

Da Iena avresti fatto un servizio su questi eventi?

Sì, compatibilmente con il fatto che all’interno delle Iene i servizi sono massimo di 10 minuti. Ma non penso ci sarebbero stati altri problemi.

 

 

Il film, distribuito da Fandango, uscirà nelle sale il 13 aprile. Cliccate sulla scheda qui sotto e su Mi piace per rimanere sempre aggiornati. Qui trovate la nostra recensione del film, qui l’intervista al regista, Daniele Vicari, e qui a un altro degli interpreti del film, Claudio Santamaria.

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