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The Lady – Intervista a Luc Besson.

Di laura.c

Luc Besson non è proprio l’autore che ci si aspetterebbe dietro la macchina da presa di un biopic. A parte qualche omaggio all’amato mondo subacqueo, il suo cinema si associa soprattutto ad azione, fantascienza e thriller, e ultimamente anche animazione grazie alla saga di Arthur e i Minimei. Eppure, c’è una donna che è riuscita a spingerlo verso un’opera di grande impegno politico, che guarda alla storia recente e all’attualità invece di rivolgersi a mondi fantastici o agli scenari cupi e adrenalinici dei suoi action movie. Non si tratta d’altra parte di una donna qualsiasi, bensì del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi (QUI una breve ricostruzione storica all’interno della nostra recensione del film). Un personaggio poco conosciuto dai più e dallo stesso regista, che però se n’è innamorato al primo colpo dopo aver letto la sceneggiatura di The Lady, tanto da volerlo realizzare anche prima che le fosse concesso di tornare ad avere contatti col mondo esterno, e ovviamente senza alcuna collaborazione da parte delle autorità dell’ex-Birmania. Abbiamo chiesto al regista francese di parlarci di questa sua particolare esperienza, umana ancor prima che cinematografica, alla presentazione del film, che uscirà nelle nostre sale il 23 marzo, a pochi giorni dalle elezioni che potrebbero vedere finalmente il riscatto dei tanti anni di sofferenza inflitti ad Aung San Suu Kyi dal regime militare del Myanmar.

 

Luc Besson, cosa l’ha convinta a occuparsi di questa storia, la conosceva già?

No, in effetti, la conoscevo pochissimo, un po’ come tutti quanti. Sapevo che si trattava di una donna molto forte, e come spesso accade quando si ha a che fare con degli eroi, pensavo fosse inarrivabile. Di fronte a personaggi così straordinari, siamo portati a credere che siano inaccessibili, infinitamente più grandi di noi. Cosa potremmo mai fare in confronto a una donna come Aung San Suu Kyi? Perciò quello che mi ha colpito della sceneggiatura, che mi è stata presentata dall’attrice Michelle Yeoh, è stata la dimensione molto umana del personaggio, la cui unica arma è l’amore. Amore per il suo Paese, per suo marito e per i suoi figli, e questo è qualcosa che bene o male ci accomuna tutti, perché tutti proviamo tali sentimenti nei confronti della nostra terra e dei nostri cari. È stata la dimensione umana di Aung San Suu Kyi a commuovermi più di ogni altra cosa: vedere questa donna di una cinquantina di chili che si batte contro centinaia di migliaia di militari per vent’anni, e alla fine ne esce vittoriosa solo grazie all’amore. È davvero incredibile che un Governo possa temere tanto una sola donna, è assurdo vedere quanta paura può fare l’amore. Questo perché l’amore è un’arma di costruzione di massa, e infatti tra una decina di giorni Aung San Suu Kyi correrà alle elezioni, mentre quanto abbiamo cominciato a girare il film era ancora agli arresti domiciliari, con pochissime speranze di uscirne. Potete perciò immaginare quanto sia emozionato all’idea che forse sarà eletta in Parlamento e che probabilmente diventerà Presidente del Myanmar.

Come si è documentato sul personaggio?

È sempre difficile parlare di un personaggio reale, figuriamoci quando si tratta di qualcuno che si ammira profondamente ma non si può incontrare. Il grande problema che ho avuto nel realizzare The Lady è stata dunque la ricerca della verità: abbiamo fatto un lavoro da investigatori e messo in piedi una vera inchiesta, raccogliendo e incrociando tutte le informazioni a nostra disposizione. Credo che alla fine siamo riusciti ad arrivare a qualcosa di molto simile alla realtà, ma ero terrorizzato all’idea di commettere inavvertitamente uno sbaglio e di peggiorare le cose, non avendo di fatto alcun accesso alla verità né tantomeno al Myanmar, che naturalmente non ci ha permesso di girare all’interno del Paese.

Ma alla fine ha avuto modo di incontrare Aung San Suu Kyi?

Sì, ma solo dopo che il film era stato completato. Dal punto di vista umano ero felicissimo, ma come regista è stato tremendo, perché se mi avesse detto che qualcosa del film non andava bene, non avrei potuto fare assolutamente nulla per cambiarlo! Però va da sé che è stata un’esperienza meravigliosa, perché è una persona ancora più bella di come la si può immaginare. Per me è davvero una santa: battersi in quel modo, per trent’anni, e solo per amore del suo Paese. Non per il potere, non per il denaro e nemmeno per la riconoscenza. Lei vuole solo che il suo popolo possa vivere in libertà e in democrazia. Inoltre, è una donna estremamente gentile e curiosa, e la cosa incredibile è che non prova per niente astio nei confronti dei militari che l’hanno torturata per anni. Non gli dà alcuna importanza, le scivola addosso, perché la sua mente è libera e niente o nessuno potrà privarla di questa libertà. Penso sia davvero un modello, in un’epoca in cui di modelli si sente davvero il bisogno. I politici sono tutti corrotti, le religioni minate dagli scandali, con la Chiesa Cattolica che deve affrontare casi di pedofilia e l’Islam infangato dal terrorismo. Non parliamo poi dell’economia, e nemmeno dello sport ci si può più fidare, con gli atleti che ormai sono tutti dopati. Credo che in un’epoca così, sia proprio a persone come Aung San Suu Kyi che si debba guardare per trovare un esempio da seguire.

Tra l’altro si tratta di un altro meraviglioso lavoro svolto con la sua attrice protagonista.

In realtà metto sempre lo stesso impegno sia nel lavoro con le attrici che con gli attori, così come curo con la stessa intensità le musiche, la fotografia, il montaggio e tutto il resto. Sarebbe un po’ ingiusto nei confronti degli attori con cui ho girato mettere in risalto solo i personaggi femminili, non mi piace questa distinzione, rischia di essere perfino maschilista. Tra l’altro ho raccontato anche grandi storie di uomini: Leon si chiama appunto Leon, e non Matilda, e Le Grand Bleu parla anche di un’amicizia tra due personaggi maschili, per cui non credo di aver dipinto bene soltanto le eroine donne.

Però è innegabile che i personaggi femminili abbiano un ruolo molto importante nel suo cinema.

Beh, di solito si definiscono le donne come il sesso debole e gli uomini come il sesso forte. Allora è corretto dire che nei miei film ho sempre cercato di ribaltare questo pregiudizio e di mostrare la forza delle donne e le debolezze degli uomini, anche perché cosa sarebbe stato Achille senza il suo tallone? Però non ho fatto nulla se non riportare l’equilibrio tra i due sessi. Anche perché il cinema degli anni ’80 e ’90, soprattutto quello americano, lasciava poco spazio ai personaggi femminili: di solito c’era sempre il duro, e poi la donna che gli faceva da contorno, mentre a me interessava riportare le cose all’uguaglianza, dunque alla normalità. Comunque sì: è vero che le attrici mi amano molto.

 

The Lady, uscirà nelle sale italiane il 23 marzo, a breve distanza dalle elezioni in Myanmar. Per maggiori informazioni e per rimanere sempre aggiornati cliccate sulla scheda in basso.

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