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Diaz – La recensione in anteprima.

Di laura.c

Dopo il documentario Black block, portato in sala sempre da Fandango, e dopo la descrizione delle derive violente delle Forze Armate fornita in A.C.A.B., ci si poteva chiedere cos’altro avesse da dire il cinema italiano sul G8 di Genova e i dolorosi eventi per cui è destinato a rimanere nella storia. A questa domanda Diaz – Don’t clean up this blood, di Daniele Vicari, risponde con un’opera che si distingue per la forte impronta autoriale e per una rappresentazione ragionata ed efficace, che forse tralascia il politicamente corretto ma anche per questo si afferma in maniera molto solida e potente dal punto di vista cinematografico.

Il film, presentato al Festival di Berlino, come è facile intuire si concentra sul blitz alla Diaz, la scuola in cui pernottavano molti manifestanti stranieri, giunti nella città per contestare il vertice internazionale delle maggiori potenze industriali, e letteralmente presa d’assalto dalla Polizia con l’obiettivo di scovare i cosiddetti Black Bloc. Il resto lo si conosce: violenze e soprusi che sono stati accertati anche in via giudiziaria, per quanto, come al solito, molti dei reati di cui sono stati riconosciuti colpevoli diversi esponenti delle forze dell’ordine rischino oggi la prescrizione. Tralasciando i dettagli sul lavoro di documentazione più o meno fedele alla base del film, quello che colpisce in Diaz – Don’t clean up this blood è come Vicari ha strutturato il film, in modo da renderlo ancora più straziante per lo spettatore ma anche denso di suggestioni che si affrancano dall’ideologia, e aiutano a rintracciare il senso sia dell’accaduto sia dell’opera del regista.

Il primo effetto, quello della ridondanza (in senso positivo) dell’orrore, è ottenuto attraverso una narrazione non lineare, che rimanda più volte il momento clou del film, cioè il pestaggio a sangue all’interno della scuola, e perciò amplifica la tensione. Il secondo elemento di spicco, invece, è la ripetizione di una breve sequenza in cui una bottiglia viene mostrata al ralenti mentre cade a terra dopo essere stata lanciata da un manifestante. Un gesto all’apparenza insignificante, ma intorno a cui, invece, ruotano tutti gli eventi raccontati nel film e probabilmente anche la visione dell’autore: quella di una violenza pronta a deflagrare per un motivo pretestuoso, innescata (ma non per questo giustificata) da un circolo vizioso di odio e di mancata assunzione di responsabilità che, si spera, venga fermato dall’indignazione rispetto a un episodio così tragico e vergognoso come il sanguinoso blitz alla Diaz. Si potrà obiettare riguardo al ritratto stereotipato di agenti di polizia e manifestanti, così come riguardo certi passaggi del film che possono essere avvertiti come troppo “costruiti”. Ma l’effetto finale risulta comunque intenso, proprio grazie alla particolare piega impressa al film da una regia che sa quando far sentire la sua voce in maniera netta ed evidente, per cui forse anche più onesta.


Il film, distribuito da Fandango, uscirà nelle sale il 13 aprile e vede, tra le altre, la partecipazione di Elio Germano, Claudio Santamaria, Rolando Ravello, Alessandro Roja, Jennifer Ulrich e Monica Birladeanu.

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