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Sherlock, in anteprima la première della seconda stagione

Di emanuele.r


Attenzione: il seguente articolo contiene spoiler. Leggetelo a vostro rischio o solo se avete visto l’episodio. 
Il brutto delle spesso bellissime serie inglesi è che sono brevi e che tra una stagione e l’altra a volte deve passare troppo tempo. Per esempio Sherlock, la folgorante rivelazione BBC del 2010, ha fatto attendere i suoi fan – sospesi da un incredibile cliffhanger – dall’8 agosto 2010 al 1° gennaio 2012. Praticamente un anno e mezzo. Ora che però Italia 1 ha da poco mandato in onda la prima stagione in chiaro è arrivato il momento quindi di tornare al 221b di Baker Street, luogo delle avventure di Arthur Conan Doyle che il grande Steven Moffat (Doctor Who, Le avventure di Tintin) ha riadattato in chiave moderna, tecnologica ma senza dimenticare la componente intellettiva fortissima.

A Scandal in Belgravia vede Holmes e Watson al centro di un intrigo di ricatti e spionaggio che ha per fulcro Irene Adler, una mistress a pagamento che possiede foto e e documenti compromettenti che potrebbero mettere a repentaglio l’intera sicurezza britannica. Ma l’incontro con Adler sarà più pericoloso di quanto non sembri. Scritto da Moffat (anche se l’ideazione è a cura di Mark Gatiss) ispirandosi al racconto Uno scandalo in Boemia – tra i racconti chiave della mitologia sherlockiana – e diretto da Paul McGuigan – e si vede – un episodio di incredibile intensità che afferma ancora una volta come la rilettura del personaggio, parallela a quella più sbruffona fatta da Guy Ritchie, sia una delle cose più belle accadute alla tv negli ultimi anni.

Quello che fa di Sherlock una serie non solo bella, o molto bella, ma a tratti fondamentale, è il modo con cui produttori e autori si sono posti di fronte a uno dei monumenti della narrativa britannica: con rispetto, voglia di capirne lo spirito contemporaneo, di raggiungerne l’essenza e di strapparla dalle mani di chi pensa alla vecchia televisione o al cinema dei blockbuster. Farne uno di quegli esempio di cultura, persino di arte filmica e narrativa che porta la BBC a essere probabilmente la miglior televisione mondiale, di sicuro europea. Nel caso di questo episodio è assolutamente straordinario il modo in cui Moffat e soci giocano coi climax: il finale della prima stagione (lui e Moriarty bloccati in piscina, con una bomba che sta per esplodere) è bloccato in modo beffardo, con Moriarty interrotto dalla suoneria del cellulare – Staying Alive dei Bee Gees – che gli comunica che ha ben altro a cui pensare e che lascia perdere i due arcirivali; e poi invece il calibro precisissimo con cui si arriva al confronto finale, in questo caso con la pericolosissima Adler, che fa palpitare e fremere lo spettatore senza bisogno di azione, violenza, pericolo. Solo con la forza delle parole.

Basterebbe questo a dire che Moffat è un grande sceneggiatore: ma l’episodio ci sorprende con il tratteggio dei personaggi, con lo scavo nelle disfunzionalità emotive di Sherlock, nel tortuoso e quasi commovente rapporto con Irene (“I am sherlocked” è la frase di questo inizio 2012 televisivo), col Watson messo in disparte ma a cui viene concessa la buffa parentesi del blog e delle conseguenze del loro successo virtuale, con lo humour profuso a piene mani prima di inchiodare lo spettatore con la tensione. Forse il sotto-finale, tra flashback e flashforward è un po’ confuso, ma a riscattarsi ci pensa la grande prova registica di McGuigan, ricchissima di idee visive, grafiche, scenografiche, che mescola gusto del suspense e della messinscena con abilità cinematografica. Sherlock è appunto un prodotto che farebbe una gran figura sul grande schermo figuriamoci sul piccolo, di cui sabota le strutture produttive, tecniche, fruitive: e anche la tradizione dei protagonisti bellocci e appariscenti. Qui Benedict Cumberbatch, faccia tra le più taglienti della contemporaneità, e Martin Freeman sono l’Holmes e il Watson che avremmo sempre voluto vedere e, con buona pace di Downey jr. e Jude Law, questo è l’unico Sherlock contemporaneo possibile.
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