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Sherlock, il commento al finale di stagione

Di emanuele.r

Attenzione: il seguente articolo contiene spoiler. Leggetelo a vostro rischio o se avete visto l’episodio.

Mentre in questi giorni si rincorrono le voci sulla terza stagione (le potete leggere qui e qui), arriva su Screenweek il finale della seconda stagione di Sherlock, la splendida serie BBC che ha riportato (assieme alle riletture di Guy Ritchie) l’investigatore creato da Arthur Conan Doyle al rango di culto globale, soprattutto tra le giovani generazioni: Reichenbach Fall è un episodio grandioso, che conferma che quella creata da Mark Gatiss è una serie di un altro livello, proveniente da un altro modo d’intendere la tv.

Moriarty torna a farsi notare col colpo del secolo: ruba i gioielli della corona, svaligia la banca di’Inghilterra e apre le prigioni del penitenziario di Pentonville contemporaneamente, con un tasto del telefono. Come ha fatto? Con un codice che gli permette di aprire ogni codice del mondo. Ma dopo che al processo è incredibilmente assolto, tormenta Sherlock: qual è il problema finale che deve risolvere per chiudere il conto tra loro due?

Scritto da Steve Thompson e diretto da Toby Haynes, l’episodio s’ispira a Il problema finale, il racconto con cui Conan Doyle portò allo scontro finale e alla possibile morte dei due contendenti, Sherlock Holmes e James Moriarty, il Napoleone del crimine.

Infatti, l’episodio si apre con John che dal terapista, 18 mesi dopo la sua ultima seduta, racconta che Sherlock è morto: da lì si va a tre mesi prima, con i due amici a risolvere casi, a guadagnare popolarità, a diventare famosi (se nel racconto, Reichenbach Fall sono le cascate dove avviene lo scontro finale, qui è il quadro di Turner che, ritrovato, dà agli investigatori la popolarità). A vedere lo spettacolare ritorno di Moriarty. Da qui parte un acutissimo gioco tra gatto e topo in cui il nemico dell’abitante di Baker Street lo perseguita con l’indovinello del problema finale e mette alla berlina il punto debole di Sherlock, il suo bisogno di pubblico, di un palco sotto cui ci sia qualcuno ad applaudire, che porta i due a essere così simili: ogni nodo del gioco passa da mezzi di comunicazione di massa, compresi i giornali e la tv – anche se dentro un taxi.

Durante il processo per la triplice violazione, un giudice chiede al protagonista se “può sopravvivere qualche minuto senza mettersi in mostra”, in seguito alle sue continue elucubrazioni su avvocati e giuria: quel processo – che come scopriremo in seguito serve a Moriarty per farsi pubblicità, per farsi conoscere, senza difesa eppure non colpevole – sarà il fulcro del racconto stesso, con il nemico che fingerà di essere un attore (metafora non casuale) pagato da Sherlock per interpretare Moriarty e facendo partire da quel momento la sua sfida all’intelletto, ma soprattutto alla credibilità dell’investigatore.

Dopo un rapimento di bambini da un collegio, che Sherlock risolve con la sua intelligenza e le sue conoscenze scientifiche (Lestrade lo rinomina CSI: Baker Street), i collaboratori del commissario cominciano a dubitare dell’intelligenza estrema e intuitiva del nostro, tanto da cominciare a sospettarlo – anche a causa delle urla di una bambina – di aver organizzato il rapimento per risolverlo, per mostrarsi insuperabile. Evento predetto da Moriarty, durante il video in un viaggio in taxi, che dà il là a un’escalation che porta i due a confrontarsi, su un comune tetto (e il contrasto tra comune e straordinario è alla base del loro rapporto): ma il cattivo conosce i veri punti deboli del nemico, quella tristezza che cerca di celare a tutti (come gli fa notare la scienziata Molly) dovuta alla solitudine. E quei pochi amici che ha, la signora Hudson, Lestrade e lo stesso John, saranno uccisi se non vedranno Sherlock volare giù dal tetto: perché il problema finale è restare vivi.

In una sceneggiatura quasi troppo ricca, ricolma di idee, riferimenti (il finto nome di Moriarty, Richard Brook è Reichenbach in ingese), citazioni, sfide all’intelligenza dello spettatore (lo stesso Moffat ha dichiarato che “c’è un indizio che nessuno spettatore ha colto”), la storia finisce con un duello di tensione incredibile, talmente teso che Moriarty, sorpreso dalla decisione di Sherlock di non uccidersi perché deciso a trovare la password che bloccherà i tre sicari dei suoi amici, si suicida, togliendo al nemico la possibilità di scoprire l’arcano. E Holmes non può far altro che telefonare a Watson, confessare di essere un imbroglione e suicidarsi.

Ma qui scatta il gioco della regia con lo spettatore che sa che Sherlock non è morto (Conan Doyle lo fece “risorgere” qualche anno dopo nella Casa vuota): come ha fatto a inscenare la propria morte? Holmes tiene John lontano, è ripreso sfocato, quando si butta la gente, gli infermieri e il contrattempo di una bicicletta che lo colpisce gli impediscono di vedere bene l’amico morto. E quando Watson è davanti alla sua tomba, a chiedergli di non essere morto, la macchina da presa scova Sherlock a guardare l’amico, vivo e vegeto.

I dubbi e le domande troveranno risposta l’anno prossimo, tra cui anche quella su chi e come sarà rimpiazzato l’arci-nemico, nel frattempo resta il retrogusto di una serie straordinaria, che rivede parte del linguaggio televisivo e del giallo su piccolo schermo, ampliandone le ambizioni tanto da diventare grande, che mette in evidenza come la BBC, e questa che probabilmente è la sua serie di punta, sia davvero un’altra televisione – per di più pubblica (ogni paragone con la RAI è fuori luogo) -, che lascia senza fiato. Basti pensare alla sequenza della rapina, sulle note di Rossini, o del processo, accompagnate da Sinner Man di Nina Simone, per avere la prova che Sherlock è cinema. E anche della miglior specie. Voi che ne pensate? E quanto siete in fibrillazione per la terza stagione? Restate con noi di Screenweek, allora, per saperne di più.

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