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Shameless US, i Gallagher tornano con la seconda stagione

Di emanuele.r

Attenzione: il seguente articolo contiene spoiler. Continuate a leggere a vostro rischio o se avete visto l’episodio. 

Dopo aver sorpreso tutti con una prima stagione di alto livello (l’abbiamo anche inserita nel top del 2011), specie chi come il sottoscritto non ama la serie originale UK, Shameless è tornato nei giorni scorsi su Showtime con gli episodi della 2^ stagione: la première, dal titolo Summertime, riannoda i fili dei personaggi lasciati l’anno scorso, e ci riporta a capofitto nell’atmosfera di delirio di casa Gallagher.

Durante l’estate, infatti i vari membri si arrangiano come possono: Fiona lavora in un bar e la mattina, assieme alla diligente sorella Debbie, gestisce un asilo dentro casa; Lip si picchia in un capannone organizzando scommesse e spaccia un po’ col vicino di casa Kevin; Ian ancora lavora al negozio di Kash, dopo la rottura della loro relazione clandestina. Ma ovviamente quello che dà più problemi è il capofamiglia Frank, che per trovare soldi per pagare un’incauta scommessa persa, arrivare a rischiare la vita del piccolo Liam.

Scritto da Wells e diretto da Mark Mylod, Summertime fa ciò che deve fare l’episodio di ritorno dopo quasi un anno d’assenza, ossia far riprendere confidenza al pubblico coi personaggi e con le atmosfere della serie, cercando di rilanciare i meccanismi che l’hanno appassionato: magari lo fa in modo vagamente ripetitivo, ma comunque molto piacevole.

Aperto dall’adorabile Sheila che conta i passi che riesce a fare fuori casa sconfiggendo la sua agorafobia, l’episodio racconta senza troppi scossoni (relativamente) la caldissima estate della famiglia: soprattutto dei due leader – più o meno – Fiona e Frank. La prima cerca di dimenticare la storia con Steve, il ragazzo che adorava, ma che ha lasciato dopo che lui le aveva chiesto di farsi una vacanza con lui, lasciando la sua famiglia per qualche giorno e pensare a se stessa (sfoggiando una tendenza al martirio), e a quanto pare ci riesce: al bar si diverte, rimorchia con facilità (e in effetti è sempre più bella), si gode la vita e non è neanche così preoccupata di controllare ogni mossa dei fratelli; tranne quando ha a che fare con quello sciagurato del padre, il quale – disperato perché la scomparsa di Eddie (marito di Sheila) ha bloccato il pagamento della pensione che scroccava – è alla ricerca di soldi per tirare avanti e bere. E non aiuta scommettere 10.000 $ contro un energumeno su quanto può resistere al taser: si dà il caso che il tipo sia un forzuto pregiudicato che vince la scommessa e vuole quei soldi, tanto da prendersi il figliastro nero Liam, col quale stava girando per chiedere elemosina (sequenze piuttosto divertenti).

Non è certo la cosa più discutibile che Frank farà per soldi (per esempio, entrato in un bar gay per vendere finta cocaina, finisce a prostituirsi per il sesso orale), ma state pur certi che se qualcuno dei Gallagher è in pericolo, la famiglia è inarrestabile: così Fiona in testa – che di fronte a un fucile spianato, lo scosta e dice: “Allora dovrai spararci in fretta” – vanno a riprendersi il bambino pagando con i risparmi con cui avrebbero dovuto affrontare l’inverno. E anche l’enorme piantagione di marijuana che Kevin teneva in soffitta per il suo giro di spaccio, finisce letteralmente in fumo, bruciata in un gioioso falò di quartiere, che restituisce quel senso di calore che nonostante ogni aberrazione, anzi proprio per questo paradosso, la serie è riuscita a rendere.

Nonostante la sceneggiatura riesca a far filtrare da più di una linea narrative, una disperazione che stringe il cuore: non solo Sheila, che più conquista la libertà dalla sua psiche più si vede scivolare Frank, ma soprattutto Ian, che ha dovuto interrompere il rapporto con Kash, il quale continua a praticare in negozio, di nascosto, la sua omosessualità, con uomini malamente travestiti da donne: e quando l’uomo se ne va, alla chetichella, chiedendo al ragazzo un po’ di vantaggio sulla moglie, quasi ci si commuove.

E’ la capacità di un bravo (bravissimo) sceneggiatore quella di mescolare i registri con questa disinvoltura, anche se il meccanismo narrativo è ormai conosciuto e rodato, senza novità, anche se qualcuno può pensare all’eccesso; ma è anche capacità di un buon regista tenere i giusti ritmi e tempi di narrazione, e di un grande cast far identificare e coinvolgere pienamente il pubblico. Prendete come esempio Emmy Rossum, di puntata in puntata più attraente e convincente, nonostante il suo ruolo sembri quello più facile e monocorde: quando nel finale, riprende le scarpette da corsa e va a cercare di battere il record sui 1500 metri dell’adolescenza, siamo accanto a lei, cercando di sospingerla mentre finalmente si appropria di qualcosa solamente suo. Forse non un episodio all’altezza della prima stagione, ma bello e sensibile, nonostante le situazioni al limite. Voi cosa ne pensate? Vi piace o ancora non lo vedete? Restate comunque su Screenweek, per saperne di più sulle serie televisive.

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