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J.Edgar, la recensione del nuovo film di Eastwood

Di emanuele.r

j_edgar_leo1 Regia: Clint Eastwood  Cast: Leonardo Di Caprio, Armie Hammer, Damon Herriman, Judi Dench, Ed Westwick, Josh Lucas, Naomi Watts, Stephen Root, Jeffrey Donovan, Miles Fisher, Josh Hamilton, Geoffrey Pierson, Gunner Wright, Jessica Hecht, Christopher Shyer
Durata: 2h 19m
Anno: 2011

Il film racconta in forma di auto-biografia, che il protagonista detta a svariati scribacchini, la vita e soprattutto le opere del giovane John Edgar Hoover, colui che ha reso il Federal Bureau of Investigation ciò che è, mentre con l’età deve affrontare la politica che cambia e il terreno minato della sua vita privata.

Quando gli Stati Uniti d’America sono diventati la nazione che conosciamo? Chi e cosa li hanno resi la prima potenza mondiale? Storicamente rispondere a queste domande è molto difficile, cinematograficamente invece è più facile, stando a quanto ci racconta J.Edgar, il nuovo film di Clint Eastwood che nel descrivere il capo storico dell’FBI ritrae il paese e la sua politica.
Scritto da Dustin Lance Black (premio Oscar per Milk), un biopic inconsueto, più dalle parti di Bird che di Invictus, che si muove tra la persona e il personaggio diventando soprattutto il ritratto dello sfondo.

Il film infatti, nel raccontare l’evoluzione del bureau da ufficio poco più che burocratico a istituzione nazionale di fondamentale importanza strategica, mette in scena la costruzione degli States da nazione a impero, sovrapponendo Hoover a una precisa idea di politica e potere (assoluto, come recita un film di Eastwood del ’97) che preferisce usare gli altri – magari col ricatto – piuttosto che governarli (memorabile la battuta sul senatore McCarthy, che perseguitò i comunisti come l’inquisizione fece con le streghe); ma Eastwood gioca su un binario sotterraneo e ancora più raffinato, riflettendo sulla narrazione del sé e degli altri, sull’importanza della pubblicità e della comunicazione, che in politica sono più importanti della giustizia.

Anche narrativamente, la sceneggiatura segue l’illusorio racconto delle mirabolanti imprese di Hoover parallelamente al declino fisico e razionale del personaggio, il romanzo su cui fondare il mito e la realtà che quel mito riscrive, senza sterile enfasi polemica (non è un banale film di contro-cronaca che vuole rivelare assurde verità) ma con lucidità e schiettezza, tratteggiandone i lati oscuri, la presunta e repressa omosessualità, la paura degli affetti e il disprezzo per le persone (il ricambio continuo degli scrittori, il fazzoletto con cui si pulisce dopo ogni stretta di mano). Una sorta di seguito ideale di Flags of Our Fathers, complesso e limpido, intimo e ampio, che pone dubbi e domande più che dare risposte: sarà per questo che in America è piaciuto poco, nonostante sia un passo avanti rispetto ai sue due film più recenti, nonostante la regia cupa e mobile (ottima fotografia di Tom Stern) di Eastwood. Nonostante un Di Caprio molto intenso, appena candidato al Golden Globe, che il doppiaggio giovanilistico rende poco credibile, a tratti cacofonico. D’altronde c’è chi crede che sia il migliore del mondo, e in nome di questo si dovrebbe accettare tutto; ma la versione originale, come spesso, è da preferire per godere di un film forte e profondo come questo.

Voto: 8 (al doppiaggio 4)

J.Edgar uscirà nelle sale distribuito da Warner bros.  il 4 gennaio. Per saperne di più cliccate sulla scheda qui sotto e continuate a seguire Screenweek.

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