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American Horror Story, la recensione di L’uomo di gomma

Di emanuele.r

Attenzione: il seguente articolo contiene spoiler. Leggetelo a vostro rischio o solo se avete già visto l’episodio. 

Il titolo dice già tutto: l’ottavo episodio della serie horror di Murphy e Falchuk (targata FX e trasmessa in Italia ogni martedì sera su Fox) rivela chi c’è dentro la tuta di lattice sadomaso che ha messo incinta Vivien. E va detto che per non tirare il mistero troppo a lungo ce lo dice già nel prologo, prima della sigla. Ma noi aspettiamo un po’ prima di dirvelo, così se non avete visto l’episodio vi teniamo un po’ in tensione. Come quest’altro, ottimo episodio.

Mentre Marcy cerca di contattare il trapassato Escandarian per vendergli casa, Vivien comincia a riflettere sulla possibilità che la casa sia sul serio invasa dai fantasmi, dopo aver visto la foto di Nora Montgomery: ma le presenza cominciano a tormentarla sempre di più, capeggiate dalla vendicativa Hayden. E i suoi familiari cominciano a crederla pazza. Plot classico da ghost story che la sceneggiatura dello stesso Murphy e la regia di Miguel Arteta usano per andare sempre più a fondo nel cuore, marcio come le sue fondamenta, della casa e del racconto.

E prima della sigla scopriamo che l’uomo di gomma è Tate, il paziente biondo di Ben, il ragazzo di Violet, l’assassino folle del liceo. Quindi la vera domanda da farsi è perché proprio Tate? Certo, c’è il gusto del colpo di scena inaspettato, criticato da molti spettatori, ma sulle vere e proprie motivazioni ci si fa strada poco a poco, così che l’episodio possa scorrere su due strade, quella del flashback in cui per la prima volta Tate indossa la tuta comprata da Chad sei mesi prima per ravvivare il proprio rapporto, uccidendo prima lui poi il suo ragazzo. Perché? Semplice, anche se non immediatamente comprensibile: liberare l’anima di Nora, che non può andarsene (e con lei tutti i fantasmi seguenti) se prima non ha un bambino, il “suo bambino” la ragione per cui ha ucciso ed è morta. La vera ragione per cui proprio Tate sia il principale agente di questo piano è nebulosa, ma legata principalmente al sostrato psicoanalitico della serie (e infatti Moira fa a Tate una battuta sul suo “soddisfare le mamme”); e inoltre funziona bene, perché da sempre Tate ha fatto con Violet da collante tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il quale, quest’ultimo, comincia a rivelarsi agli occhi di Vivien, specie tramite Hayden che nel vendicarsi le fa capire cosa ha di così importante agli occhi degli spettri, i gemelli concepiti con l’uomo di gomma: e nel cercare di difendersi disperatamente dagli assalti delle presenze, spara a Ben, per giunta con la stessa pistola con cui Tate ammazza Chad e il suo uomo (in un’immagine finale stranamente commovente). E ora che il marito l’ha fatta ricoverare in un ospedale psichiatrico, come agiranno i fantasmi? E chi proteggerà Violet da Tate?

Risposte che arriveranno nelle prossime puntate (il promo della nona lo trovate a fine articolo) e che rendono interessante il dialogo femminista tra Moira e Vivien, nel quale si dice esplicitamente che la casa è posseduta, sui modi con cui gli uomini ingabbiano e fanno impazzire le donne: cos’è American Horror Story, alla luce di questo episodio, se non un racconto gotico e straziante sulla maternità e le sue profondità – torna così il parallelo grembo/fondamenta -, sul suo disagio e la sua forza liberatrice? Proprio per questo la serie non può puntare sulla paura comunemente intesa, anche perché in una serie sarebbe un meccanismo ripetitivo, ma sull’inquietudine disturbante, sull’effetto psicologico e psicotico di una struttura, un découpage e un montaggio per forza di cosa schiziodi, che non possono seguire l’andamento di una serie comune. E in attesa del gran finale (con quella frase di Tate, “magari arriverà un’altra famiglia” che suona di premonizione), ci riesce davvero bene. Voi che ne pensate dell’episodio? Rispondete e continuate a seguire American Horror Story su Screenweek.

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