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Alcatraz, il commento a Kit Nelson

Di emanuele.r

Attenzione: il seguente articolo può contenere spoiler. Leggetelo a vostro rischio o se avete visto l’episodio. 

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Gradito più dal pubblico che dalla critica, e anche il nostro Cristiano non ne ha parlato bene, Alcatraz arriva al terzo episodio dovendo soprattutto trovare una struttura forte, che possa soppiantare la piattezza procedurale che s’intravede da questi primi abbozzi. Ma Kit Nelson, per ora, non sembra prendere questa strada, anche se non fallisce del tutto i suoi obiettivi.

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L’uomo del titolo è un assassino di bambini che, ricomparendo nel presente dal 1960, rapisce l’undicenne Dylan, ripercorrendo uno schema che era quello dei crimini che lo hanno condotto ad Alcatraz. A Rebecca e Soto, il compito di catturarlo, entro 48 ore prima che uccida il bambino. Jennifer Johnson scrive un episodio diretto da uno dei sodali di J.J.Abrams, ossia Jack Bender, che continua a mostrare la serie come procedurale di lusso piuttosto che concentrarsi sulla mitologia, procedimento che lo accomuna, insieme ad altre cose, a Fringe.

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Oltre al nome del produttore e al network che lo trasmette, la Fox, Alcatraz ha infatti più di un punto in comune con la serie fantascientifica migliore del momento: uno spunto narrativo a metà tra poliziesco e science-fiction, una coppia di personaggi che si trovano insieme per caso, di cui una detective e uno studioso, con in mezzo un terzo incomodo (li adorabile come Walter, qui viscido come Hauser), e misteri che costeggiano un impianto che all’inizio è puramente verticale, fatto di stand-alone che si chiudono su sé stessi senza far vedere poco allo spettatore affamato di misteri. In questo caso, la puntata si concentra sulla conoscenza del criminale della settimana, oltre che sulla sua cattura: Kit è un assassino di bambini, e per questo vittima di angherie di vario genere in carcere nel ’60, che ha subito un blocco della crescita in seguito all’assassinio del fratello con conseguente occultamento del reato da parte della madre, restando con la mente agli 11 anni. Per questo più che rapire prede da cacciare, Kit vorrebbe fratelli, amici e compagni con cui condividere il divertimento.

Evento che si ricollega al passato di Soto, anch’esso rapito a 11 anni, come rivela a Dylan nel finale, e che dopo un momento di paura e scoramento – lo stesso che sta vivendo il ragazzino sopravvissuto – si è sentito come se avesse i super-poteri, cominciando perciò a scrivere fumetti. Per il resto, sull’agenda, sul piano di Hauser, sul mistero dei detenuti ancora mutismo: cosa che non sarebbe un male in assoluto – gli episodi verticali di Fringe sono ottimi, per esempio – se non fosse che Kit Nelson sembra seguire uno schema ripetuto e ripetitivo (nel limite dei 3 episodi), i personaggi hanno poco fascino e funziona, anche se a regime ridotto per ora, solo il rapporto con Hauser e la sua nuova Alcatraz. Il sottofinale, con Emerson nella sala dell’obitorio davanti al cadavere di Nelson che lui stesso ha ucciso mentre minacciava Dylan con la pistola, fa ben sperare per lo sviluppo della linea orizzontale.

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Quello che funziona meglio in Alcatraz è la ricostruzione delle vite dei detenuti, quasi un period drama carcerario, che va a fondo nel racconto e nei personaggi: vedere per credere la scena nella gabbia buia, in cui James chiede a Kit di confessare, nel tempo di quattro fiammiferi. Meglio quindi il Mad Men dietro le sbarre del ’60 che quella sorta di Criminal Minds dall’occulto mistero che è il resto dello show. Lo dimostra anche come gli attori più ambigui, ossia Sam Neill o Johnny Coyne, siano i migliori del cast. E se anche le musiche di Michael Giacchino ricilano se stesse, è un problema. E voi che ne pensate dell’episodio e di Alcatraz? Ditecelo commentando l’articolo e continuate a seguire Screenweek ed Episode39 per saperne di più sulla serie.

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