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ACAB, incontro con Stefano Sollima e il “celerino bastardo” Pierfrancesco Favino.

Di laura.c

“Volevamo fare un film di genere e d’intrattenimento ma intelligente, che affrontasse in via collaterale alcuni temi forti della nostra società”. Così il regista Stefano Sollima presenta il suo film A.C.A.B., acronimo del motto skinhead All Cops Are Bastards, e adattamento per il cinema del libro omonimo firmato dal giornalista Carlo Bonini. Un testo in cui si parla di polizia, ma non di una qualunque: di quel reparto mobile cui spetta il compito di mantenere l’ordine durante partite, cortei e sgomberi, sempre in prima linea nelle situazioni più incandescenti di cui è intrisa la nostra attualità. “Sono poliziotti che portano sempre con loro la dimensione della fisicità e dello scontro e la cui iconografia ben si presta al gioco di compressione-esplosione che caratterizza tutto il film”, ha precisato a proposito lo sceneggiatore Daniele Cesarano, che insieme a Sollima e agli altri autori di A.C.A.B. fa parte anche del team creativo della fortuna serie tv di Romanzo Criminale. Una squadra che al cinema approda con un’altra storia livida e adrenalinica ma dai contorni più opachi, poiché non tratta di figure un po’ mitizzate e appartenenti al passato bensì di alcuni dei più gravi episodi di cronaca degli ultimi anni, dall’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto alla morte del tifoso Gabriele Sandri e, andando più indietro nel tempo, al G8 di Genova.


E su quest’ultimo tema, un po’ per la ricorrenza appena passata di dieci anni dagli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, un po’ per la vicinanza con l’uscita di altri due film dedicati all’accaduto, cioè Black Bloc e Diaz, sembra difficile non avanzare paragoni rispetto alle altre rappresentazioni cinematografiche di un evento ancora così vivido nella memoria del Paese. Ma Sollima assicura che la concomitanza dei film è solo una coincidenza. “Abbiamo lavorato su un materiale che preesiste da 4-5 anni, il fatto che ora esca anche Diaz è casuale”, ha assicurato ieri il regista, presentando il film alla stampa insieme al cast, e spiegando anche perché in A.C.A.B. ha voluto mantenere un certo distacco temporale e tematico rispetto a quella particolare vicenda: “Il G8 di Genova è già stato molto trattato, non credo che avrei potuto aggiungere niente. In più credo che si tratti di un fatto eccezionale, mentre a noi interessava raccontare l’odio della società in cui viviamo oggi. Per questo abbiamo rintracciato momenti di violenza e intolleranza che viviamo tutti i gironi spostandoci nelle nostre città”, ma attraverso un’ angolazione diversa dal solito, cioè quella degli agenti della Celere.


Il reparto mobile della polizia ispira tanto il libro quanto la rivisitazione cinematografica e più “romanzata” di Sollima, che tuttavia, a detta di Bonini, non ne ha tradito l’ispirazione originale. “Lo spirito del mio testo era cercare di affrancarsi da una lettura o bianca o nera di questo tipo di realtà, attraverso un capovolgimento del punto di vista. Mettersi dietro alla visiera di plexiglass serve proprio a questo, a rendere più complessa la rappresentazione di fatti e personaggi, tanto più dura quanto ci spinge a fare i conti con una parte di noi che di solito rifiutiamo”, ha detto il giornalista, ponendo l’accento su quel “lato oscuro” degli agenti del reparto mobile raccontati nel suo libro: il lato cioè con cui si sono dovuti confrontare anche gli attori di A.C.A.B. Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti e Domenico Diele.


“Come tutti ho fatto un addestramento, soprattutto sportivo. Abbiamo praticato molto rugby, che ci ha permesso di formare una squadra e ci ha aiutati a capire quali sono le principali tecniche di difesa e di attacco” ha spiegato Favino, che nel film è uno dei poliziotti più duri della celere capitolina, forse non a caso soprannominato Cobra. Ma la preparazione fisica, secondo l’interprete, è stata solo il volano per aprirsi a personaggi molto controversi, almeno dal punto di vista dell’immaginario comune: “Puoi pensare quello che vuoi su alcune figure così complesse, finché non ti trovi a respingere una folla agguerrita, superiore in numero e che ti sputa in faccia”, ha detto l’attore, “bandisco i casi limite anche perché non hanno a che fare con il nostro film, in particolare il G8, ma dovendo prepararmi fisicamente al lavoro di questi uomini ho vissuto sulla mia pelle l’aggressività che emerge quando si è sotto attacco”. La pensa allo stesso modo Filippo Nigro, che nel film ha la parte del celerino detto Negro: “All’inizio avevo dei pregiudizi, è inevitabile, perché si tratta di gente abituata a usare la violenza, e i limiti entro cui viene usata spesso sono poco decifrabili”, ma dopo tanta preparazione, spiega l’attore “non penso che siano dei santi, ma è vero che la percezione è cambiata. Nelle simulazioni che abbiamo fatto mi sono reso conto come sia umano rispondere con aggressività e con odio a chi ti attacca”.


In sostanza, conclude Favino, l’importante è non prendere il tema molto scottante di A.C.A.B. e i suoi personaggi da un punto di vista moralistico: “Su Internet purtroppo si sta scatenando esattamente ciò che si vede nel film, cioè una lotta tra chi la vede in un modo e chi in un altro. Io invece credo che sia morale raccontare la realtà per come è, e non quanto è bella o quanto è brutta. Quello sarebbe moralismo, significherebbe anche non affrontare il problema continuando a credere che riguardi solo celerini, rumeni, tifosi, militanti estremisti ecc. Ed è moralista, se non addirittura immorale, relegare a queste frange la rappresentazione di una realtà che invece coinvolge tutti”.

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